ottobre 2008

teatroregiotorino


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Intervista

Hugo de Ana
«Sedotto da un'opera decisamente attuale»

di Stefano Valanzuolo

Hugo de Ana«Inaugurare con Medea rappresenta una scelta affascinante, ma non scontata. L'opera è splendida e assai significativa in senso storico, ma anche molto contenuta sotto il profilo drammatico. Ci sono titoli di repertorio certamente più votati al tratto spettacolare: nel lavoro di Cherubini, invece, le suggestioni vengono soprattutto dalle possibilità di sviluppo e approfondimento dei diversi personaggi. Oltre che dalla musica, ovviamente, che è libera da qualsiasi riferimento e, dunque, originalissima».

Hugo de Ana - regista, scenografo e costumista dell'allestimento che aprirà la stagione del Regio - sembra sedotto dall'eroina di Cherubini...
«Più che dal personaggio, direi, dalla struttura di un'opera decisamente attuale, non soltanto per gli ampi margini di introspezione che offre, ma più ancora per l'immediatezza espressiva di un tessuto musicale secco, aspro e, in questo senso, veramente moderno».

Eppure, nell'immaginario di tanti melomani italiani la Medea evoca soprattutto il mito della Callas...
«Me ne rendo conto, ma non condivido questa tendenza. Alla Callas va dato atto di aver risvegliato l'interesse del pubblico italiano nei confronti del titolo, di averne saputo illuminare la novità musicale grazie all'apporto di un genio sinfonico come Bernstein, di aver capito come quello di Medea fosse un personaggio difficile e selvaggio: penso a lei, rapportandola ai nostri tempi, come a un'extracomunitaria, una rom, respinta da una società disposta, forse, ad accettare il “diverso” uomo, ma non la donna. Tutto ciò, però, non basta a ridurre Medea nei termini di un'opera di voci. È, invece, un'opera di contenuti».

Sotto il profilo formale, si oscilla tra un indiscutibile gusto da opéra-comique e una ricchezza orchestrale che molto piacque a Beethoven e Wagner.
«Non c'è una forma unica che fissi l'andamento musicale e drammatico dell'opera. Sembra che Cherubini consolidi una tradizione settecentesca ben definita ma la metta a frutto per ottenere qualcosa di “altro”, creando un punto di partenza per un nuovo concetto di tragico e di melodramma, non solo francese. Non c'è dubbio che l'influenza di Gluck si avverta qui ancora più forte che in Demofonte e Lodoiska, e che l'arazzo strumentale tessuto dall'autore anticipi soluzioni drammatiche di là da venire. In questo senso Medea è un unicum nel percorso creativo di Cherubini e, forse, nel panorama teatrale dell'epoca».

Torniamo al lavoro del regista: nel suo caso è supportato dallo studio delle scene e dei costumi...
«Medea è un'opera di assieme: non c'è un personaggio, ad esempio, che possa definirsi veramente minore. Ogni dettaglio deve essere valutato perché tutto concorra a definire la sinergia teatrale. Stavolta ho optato per costumi e per scene rispettosi della assoluta atemporalità del contesto: non vedrete in scena pepli greci né parrucche del Settecento. Quello che conta, per il regista, è lo sviluppo drammatico, la cura degli equilibri tra le parti in scena: un'opera così potresti ambientarla anche sulla luna, e funzionerebbe».

E poi c'è la musica...
«Sì, la musica con i suoi preludi sinfonici, la sua capacità di disegnare atmosfere e situazioni senza spendere una parola. Probabilmente fu questo stile - mai più ripreso da Cherubini nel corso di una lunga vita - a colpire Wagner. Il quale, tra le opere degli autori italiani, amò appunto Medea e Norma. Titoli assai diversi, evidentemente, ma con eroine che in qualche modo paiono prefigurare la sua Brünnhilde».

Recitativi accompagnati, secondo la tradizione ottocentesca, o parlati, nel gusto filologico dell'opéra-comique?
«Preferisco di gran lunga i recitativi accompagnati, perché non rompono la continuità musicale della vicenda. E poi, i dialoghi che spesso vengono adottati oggi dai sedicenti filologi sono, in realtà ricostruiti: nulla o quasi ci resta dell'impianto originale del 1797».

Per finire: sarà una Medea nel rispetto della musica. Dovrebbe essere sempre così, ma talvolta s'incontrano registi meno attenti alla partitura...
«L'Italia, soprattutto, fa gran ricorso ai registi di cinema. Non è una novità di oggi e non è un male, certamente. Ma sarebbe bello avere meno esperimenti e più spettacoli di qualità certa: nessuno, in questo momento, può permettersi di sprecare soldi, nel teatro come ovunque».




INCONTRI CON L'OPERA

Piccolo Regio Puccini
ore 17

mercoledì 22
La bohème
a cura di
Giancarlo Landini

mercoledì 29
Ballet Nacional de España
a cura di
Elisa Guzzo Vaccarino

ingresso libero