ottobre 2008

teatroregiotorino


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La giovane Bohème made in Teatro Regio

BohèmeUn'opera senza padri: solo giovani, innamorati, squattrinati, sognatori, felici, per poco ma molto felici. Nella Bohème di Giacomo Puccini non c'è un padre che venga a esortare Rodolfo perché invece di fare il poeta senza soldi decida di fare il maestro elementare in una scuola della provincia francese; non c'è un padre che rinfacci a Schaunard l'infelice carriera di musicista e gli consigli di aprire un negozio di strumenti al Quartiere Latino; non c'è un padre di Marcello che venga a biasimare la condotta morale di Musetta. No, La bohème è un'opera senza padri, un'opera di giovani, non per nulla l'ultimo capitolo del romanzo di Murger si intitolava La jeunesse n'a qu'un temps. I quattro moschettieri della soffitta, le loro donne, vivono cristallizzati in quell'età, diventeranno adulti subito, al calar del sipario, alla morte di Mimì, ma non fateci pensare a Rodolfo che mette la sveglia per andare a lavorare o a Colline che deve pagare il mutuo; lasciamoli in quella «Bella età di inganni e d'utopie! Si crede, spera, e tutto bello appare!», come dice Marcello nel secondo atto.

Giovane, con un cast di giovani, è La bohème made in Teatro Regio che, dopo il successo estivo nella splendida cornice delle Serre Reali del Castello di Racconigi, approda al Regio, il 26, 28 e 30 ottobre, per tre recite fuori abbonamento (e poi tornerà in Regione, ad Alessandria, Asti, Biella e Vercelli). Ha solo venticinque anni il direttore d'orchestra Daniele Rustioni, diplomato al Conservatorio di Milano, che si è perfezionato con sir Colin Davis e Gianandrea Noseda ed è direttore ospite principale dell'Ashovert Music Festival in Inghilterra e del Teatro Mikhailovskij di San Pietroburgo. Ha già diretto l'Orchestra del Regio in un concerto dedicato a Mozart e nella Bohème a Racconigi. Le due coppie di innamorati sono formate dal Rodolfo di Tomislav Muzek (successi da Bayreuth all'Opéra di Parigi, con un repertorio che spazia da Wagner a Mozart) e dalla Mimì di Erika Grimaldi (ha vinto l'edizione 2008 del Concorso Comunità Europea di Spoleto), dalla Musetta di Serena Gamberoni (ha vinto il Concorso Aslico nel 2004) e dal Marcello di Guido Loconsolo (si dedica anche alla musica contemporanea, è stato il protagonista maschile di La madre del mostro di Fabio Vacchi, in prima esecuzione nel luglio 2007 a Siena) e poi Diego Matamoros (Schaunard) e Maurizio Lo Piccolo (Colline).

L'allestimento è tutto nelle mani di forze interne del Regio: Vittorio Borrelli è il regista, Saverio Santoliquido e Claudia Boasso hanno "rivisitato" le scene disegnate da Eugenio Guglielminetti, Laura Viglione ha curato i costumi (lo stesso team che aveva prodotto l'applaudito Barbiere di Siviglia presentato nel 2007 a Racconigi e in Regione). Un palcoscenico con una piattaforma girevole che permette rapidi cambi di scena: a vista quello che lega primo e secondo quadro, dove la soffitta a due piani (con tanto di vista e accesso sui tetti parigini) si trasforma magicamente nel Quartiere Latino. Lì, davanti alle vetrate del Café Momus, Musetta romperà un piatto in testa a un cameriere, e una capricciosa bambina che vuole «la tromba e il cavallin» disturberà i cinque amici seduti ai tavolini esterni. Particolarmente toccante il terzo quadro alla Barrière d'Enfer, con quel carretto pieno di neve e abbandonato che sembra già preludere alla solitudine futura di Mimì e Rodolfo. E poi si torna alla soffitta, a quel manichino che dovrebbe servire da modello come faraone per il quadro di Marcello e invece diventa il posto dove appoggiare la zimarra di Colline, a quella cuffietta rosa che dal cassetto della scrivania di Rodolfo passerà sotto il cuscino del letto dove Mimì morirà. (s.f.)