Ma i neuroni specchio non funzionano in sala da concerto?
Quei neuroni speciali, che si attivano nel nostro cervello sia quando si compie un'azione sia quando la si vede compiere da altri, vengono inibiti dalla musica?
Comincio a chiedermelo perché, ad esempio, nell'osservare lo sport il meccanismo è esattamente quello: io guardo un calciatore che fa con la palla dei dribbling incredibili e il mio cervello mi fa provare la stessa sensazione che prova lui. Guardo un tuffo acrobatico senza muovermi dal divano e mi sento come se fossi io a gareggiare a Pechino.
Davanti ai musicisti in azione, invece, direi che i neuroni specchio non si accendono, tanto che tutti, sulle nostre poltroncine, abbiamo più volte fatto l'esperienza di distrarci durante un'esecuzione - e io sono tra i sostenitori della assoluta legittimità di questa distrazione. È singolare, però: mi trovo all'Auditorium, ho davanti una grande orchestra che suona, potrei sentirmi nei panni di un violinista, di un flautista, di un timpanista, potrei muovermi mentalmente a piacere rispecchiando l'attività dei neuroni di uno e poi dell'altro, o potrei magari "vivere" il concerto insieme al direttore, e invece questo non accade, o se accade dura soltanto per qualche istante. Nemmeno con un solista mi sembra che il meccanismo entri in azione: davanti a me in Conservatorio ho il pianista che più amo, lo ascolto con devozione, lo trovo meraviglioso, ma il brivido di essere al suo posto davanti alla tastiera, se c'è, svanisce in un attimo.
Ora, posto che sarei felicissimo di incrociare un neurologo che mi illumini e mi smentisca, se i nostri neuroni specchio non si attivano o si attivano poco io vedo due spiegazioni: o gli interpreti che abbiamo davanti in realtà si annoiano, oppure noi non riusciamo a renderci conto del brivido, del rischio, della difficoltà, dell'adrenalina che ci sono dietro un musicista in azione. Propenderei per questa seconda ipotesi, complice la scarsa pratica della musica alla quale siamo rassegnati; ma sarei curioso di sentire la voce di qualche collega che mi racconti invece del tedio neuronale legato alla routine concertistica.
Voi che cosa ne pensate?
Nicola Campogrande