Intervista
di Simone Solinas
«Quando la possiamo fare l’intervista?»
«Ma, guardi, oggi insegno a Fiesole, domani a Pinerolo… non è che si potrebbe fra una settimana?». Messo alle strette Pietro De Maria si concederebbe alle domande anche guidando in auto, ma non abbiamo rischiato fino a questo punto. Il rischio l’ha corso lui, nel 2005, quando l’Unione Musicale gli propose di eseguire l’integrale dell’opera pianistica di Chopin. E lui rispose di sì.
«L’idea nacque dopo un concerto dedicato a Mendelssohn. Come bis eseguii uno Studio di Chopin e dopo il concerto, a caldo, il direttore artistico mi propose di realizzare l’integrale. Una sfida che non credo avrei avuto neanche l’ardire di pensare. Ma alla fine è stato molto affascinante, mi ha permesso di scoprire i segreti più reconditi di questo compositore. Dopo Torino si sono aggiunti gli Amici della Musica di Firenze e quelli di Palermo».
E così, lo scorso 26 novembre, a Torino, dopo sei concerti divisi fra 2007 e 2008, Pietro De Maria ha stabilito un record destinato a durare: è il primo pianista italiano ad aver eseguito dal vivo l’integrale dell’opera per piano solo di Chopin. «Prima di me, che io sappia, solo Nikita Magaloff». A questo percorso si aggiunge ora un ultimo e importante tassello con i brani per pianoforte e orchestra. I due Concerti op. 11 e op. 21, ovviamente, insieme alle Variazioni su «Là ci darem la mano» dal Don Giovanni di Mozart.
«I due Concerti sono stati scritti in età giovanile e rivelano già una grande invenzione poetica: Chopin, poco più che diciannovenne, in quelle che praticamente erano le sue prime composizioni, scrive pagine d’una liricità e una bellezza tali che ancora oggi fanno venire la pelle d’oca. Delle Variazioni posso dire che è l’opera che ha rivelato Chopin al mondo musicale attraverso la celebre critica di Schumann: “Signori, giù il cappello: qui c’è un genio!”».
Quali sono le particolarità della scrittura per pianoforte e orchestra di Chopin?
«Un ruolo assai rilevante è giocato dall’invenzione timbrica, sia per quanto riguarda l’orchestrazione sia per la distribuzione delle parti sulla tastiera. Chopin, sfruttando come nessuno prima di lui i suoni armonici, riesce a predisporre l’accompagnamento della mano sinistra in modo da far “cantare” al meglio la mano destra.
Un fatto che si tende poi a sottovalutare è anche che in entrambi i Concerti il materiale tematico viene rielaborato dall’orchestra; in quei passi il pianoforte non deve essere preponderante».
Ci sono interpreti che l’hanno aiutata a trovare un suo modo di leggere Chopin?
«Certamente ce ne sono, difficile dire in che misura. Per esempio in Rubinstein riscontro sempre una sorprendente modernità: il suo Chopin non è mai lezioso, sdolcinato, svenevole, è sempre nobile, naturale, forte e, quando serve, drammatico. Il cliché di uno Chopin “malaticcio e debole” non può investire tutta la sua opera: senza dubbio accanto a una dolcezza infinita convive – oserei dire – una grande epicità. Ed è importante restituire questo aspetto, anche perché la musica di Chopin è autoreferenziale, non si appoggia, come spesso avviene per gli altri compositori della generazione romantica, a fonti esterne alla musica».
Non avrà suonato solo Chopin in questi due anni: in che modo gli altri brani influenzano l’interpretazione di un autore?
«In effetti da quando ho intrapreso l’integrale devo tenere sotto mano una quantità di musica notevole. E così accanto a Chopin suono Schumann, Brahms, ma anche Dvorˇák e la musica contemporanea.
A mio parere affrontare la musica contemporanea cambia la prospettiva con la quale ci si avvicina alle opere dei classici: aiuta a percepirne la modernità, ad avvertire la forza e l’attualità delle loro partiture. Una delle difficoltà che si incontrano nel suonare opere eseguite tantissimo, come appunto alcune di quelle di Chopin, è il cercare di suscitare negli ascoltatori lo stesso impatto che esse avevano quando furono appena composte. Poiché oggi abbiamo ascoltato di tutto e il nostro orecchio può non cogliere alcuni importanti dettagli, occorre allora che l’interprete sottolinei alcuni aspetti, per esempio certe arditezze armoniche che all’epoca avevano un grande effetto su chi ascoltava. Solo così è possibile rinnovare il carattere dirompente di novità che aveva all’epoca questa musica».