di Marina Pantano
Fin da quando l'ha inciso per la prima volta, nel 1967, il Concerto in sol di Maurice Ravel è uno dei brani che Martha Argerich ha interpretato più spesso nella sua vita. «Il più facile per me – lo definisce – , il più connaturato al mio modo di suonare». Le sue incisioni del gioiello neoclassico raveliano, quelle storiche come quelle più recenti, sono senza dubbio – nella contenuta ma significativa discografia della pianista argentina – alcune delle gemme più brillanti, che ancora oggi scatenano entusiasmi, dibattiti e confronti tra gli ascoltatori, come ben testimoniano i blog su YouTube.
Composto tra il 1929 e il 1931, il Concerto è tecnicamente difficilissimo in alcuni punti (ad esempio nella cadenza del primo movimento), ma – come spiega Piero Rattalino – è soprattutto difficile perché richiede un sofisticatissimo controllo della sonorità.
Nel caso di questo brano (ma non solo ovviamente), il successo immediato e dirompente dell'esecuzione della Argerich fin dalla fine degli anni Sessanta, ha condotto costantemente al confronto con quella di un altro gigante del pianoforte, Arturo Benedetti Michelangeli, suo insegnante, tra l'altro (seppur per un breve periodo e con modalità alquanto eccentriche: appena quattro lezioni in un anno…), il quale già deteneva il merito di aver consegnato il Concerto in sol alla storia, per averne appunto definito rigorosamente, per ogni nota, la qualità timbrica. E la sua freddezza da prestigiatore, la sua scarna gesticolazione, senza compromettere l'intensa ispirazione e musicalità, sapeva mettere l'accento sul distacco e sull'eleganza classica con cui Ravel aveva trattato i materiali sonori attinti dal jazz, dal musical e dal circo.
Più coinvolta, più flessibile, non meno ispirata, l'interpretazione della Argerich possiede, oltre alla sua consueta naturalezza espressiva, un'estroversa eloquenza e una scintillante individualità che è quasi più apprezzata. Pur sensibilissima nei confronti della disposizione coloristica e ludica di Ravel nei movimenti esterni, riesce a rendere le più morbide e trasparenti tessiture che si possano immaginare nell'Adagio.
Forse è proprio il contrasto tra le sue disposizioni ad ammaliare intere platee e a distinguerla dagli altri grandi interpreti: la dimostrazione di potenza quasi selvaggia e l'esibizione commovente della dolcezza, la padronanza della tastiera e il timore del palcoscenico.
Martha Argerich, uno dei magistrali talenti della storia dell'interpretazione pianistica, è come una dea greca: mostra doti sovrannaturali e fragilità umane, è impetuosa nella rabbia come nella tenerezza, incute timore reverenziale, ammirazione, ma commuove, è assisa su un Olimpo, ma si avvicina a noi con la sua umanità.
Nato a San Pietroburgo, Andrej Boreyko è considerato fra i direttori russi più interessanti dell'ultima generazione, capace – secondo la critica tedesca – di condurre la compagine orchestrale con ferrea determinazione, di scuotere e insieme di trasmettere calore e naturalezza al discorso musicale. Anche se i suoi interessi spaziano dal Classicismo viennese ai giorni nostri, esibisce come corpus centrale del suo repertorio la musica russa contemporanea, come testimoniano le assidue collaborazioni con Gubajdulina, Kancheli, Silvestrov e Borisova-Ollas, senza contare prime mondiali, come Le stagioni russe di Leonid Desyatnikov con Gidon Kremer e la Kremerata Baltica, e la recente incisione di Lamentate di Arvo Pärt.
Primo direttore delle Orchestre Sinfoniche di Amburgo e di Berna, nella stagione in corso Boreyko torna sul podio dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai dopo i successi del maggio 2007. (l.b.)
giovedì 19 febbraio
ore 20.30 - turno rosso
venerdì 20 febbraio
ore 21 - turno blu
Auditorium Rai
Arturo Toscanini
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Andrej Boreyko
direttore
Martha Argerich
pianoforte
Franck
Le chasseur maudit, poema sinfonico
Ravel
Concerto in sol
per pianoforte e orchestra
Berlioz
Brani scelti da
Roméo et Juliette,
sinfonia drammatica
op. 17