di Stefano Valanzuolo
Il giorno 5 ottobre dell'anno 1880, il signor Léonce, ex attore del teatrino dei Bouffes Parisiens, non riuscì a salutare, come avrebbe voluto, il suo vecchio amico e direttore Jacques Offenbach. «Il signor Offenbach – gli fu detto dal portiere, sulla soglia di casa – è morto stanotte serenamente, senza accorgersene». E Léonce, di rimpiatto: «Pensa che faccia quando se ne accorgerà…»
Ecco, questo era il mondo di Offenbach: caustico, sagace, leggero, brillante fino all'estremo. Era il mondo, soprattutto, dell'operetta, che lui – nato a Colonia nel 1819, e battezzato Jakob – aveva saputo dominare in breve, conquistando Parigi con il nuovo nome di Jacques e meritandosi la fama di “Mozart dei boulevards”.
Un soprannome roboante, non c'è che dire. Ma non tale da appagare le ambizioni artistiche del musicista, fermamente deciso a imporsi anche sul versante dell'opera seria. Il soggetto che gli avrebbe permesso di sfondare in un ambito meno frivolo, d'altra parte, Offenbach ce l'aveva chiaro in testa sin da quando, nel 1851, aveva assistito all'Odéon a una pièce di Jules Barbier e Michel Carré (librettisti prossimi venturi del Faust di Gounod) intitolata Les Contes d'Hoffmann. Al “Mozart dei boulevards” piacque evidentemente l'aura fantastica aleggiante nelle storie di quello scrittore, Hoffmann appunto, così mozartiano nei gusti; eppure, travolto dai successi delle operette e oberato dalle commissioni che giungevano fitte, Offenbach tentennò a lungo, rischiando di presentarsi al cimento “serio” fuori tempo massimo.
Solo un quarto di secolo dopo la folgorazione dell'Odéon, con Carré ormai nell'aldilà e un libretto già in buona parte abbozzato da Barbier, Offenbach si risolve finalmente al grande passo. Comincia a lavorare a Les Contes d'Hoffmann, ma quasi subito si ammala. Sarà la sua ultima fatica, ma non concluderà l'opera (lasciandola non strumentata) né la vedrà debuttare, il 10 febbraio del 1881, sulle tavole dell'Opéra-Comique, nella versione integrata, con qualche licenza, da Ernest Guiraud. Un vero peccato per il povero Offenbach, perché il successo sarà clamoroso e il numero di repliche enorme.
C'è una “fortuna” dell'opera, intesa in termini di popolarità e consenso, che va ormai felicemente consolidandosi, affermando i pregi di una partitura ricca e ambiziosa ben oltre l'atteggiamento snobistico di una certa musicologia troppo a lungo prevenuta nei confronti del “mondano” Offenbach. Quanto alla “sfortuna” dei Contes, invece, questa trae vigore, a beneficio di malevoli e superstiziosi che non mancano mai, da una serie di malaugurate coincidenze. Un incendio, ad esempio, l'8 dicembre 1881 distrusse il Ringtheater di Vienna, un attimo prima che si alzasse il sipario sull'attesa recita dell'opera in versione tedesca, soffocando quasi quattrocento persone. Ed altre fiamme, nel 1887, mandarono in fumo l'Opéra-Comique di Parigi, sottraendo alla memoria dei posteri i manoscritti originali dell'ultima fatica di Offenbach. A questa perdita avrebbe riparato l'alacre lavoro dei molti revisori del titolo, dal già citato Guiraud a Raoul Gunsbourg e, in epoca più recente, Richard Bonynge: tutte ricostruzioni lodevoli e interessanti, ma anche inevitabilmente opinabili. L'insperato rinvenimento, presso gli eredi Offenbach, di molte pagine autografe a opera di segugi appassionati come Antonio de Almeida e Denis Michel Dansac ha reso infine possibile ricostruire, nelle forme, l'idea originale dell'autore, rendendo giustizia, e finalmente un po' di fortuna, al povero ma geniale “Mozart dei boulevards”.