febbraio 2009

teatro regio torino


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Intervista

Roberto Gabbiani
Bilanci, prospettive e obiettivi per il Coro del Regio

Roberto GabbianiHa cominciato nel 1974 al Maggio Musicale Fiorentino, su invito di Riccardo Muti. Poi, dal 1990 al 2002, è stato al Teatro alla Scala; quindi, dal 2001 al 2006, ha diretto il Coro dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma. Roberto Gabbiani da quasi trentacinque anni sale sul podio degli enti corali più prestigiosi d’Italia, lavorando con pari attenzione sul repertorio lirico, sinfonico e cameristico. Tra i direttori con cui ha collaborato si annoverano Kleiber, Sawallisch, Giulini, Abbado. Dal luglio del 2008 è arrivato a Torino, alla testa del Coro del Teatro Regio, che ha già preparato in alcune produzioni impegnative come i Quattro pezzi sacri di Verdi.
Lo abbiamo incontrato per fare un bilancio su questi primi mesi di attività.

Maestro Gabbiani, lei ha cominciato la sua professione nel 1974. Com’è cambiato il lavoro del direttore corale in questi trentacinque anni?
«C’è stata un’evoluzione molto importante nella natura degli enti corali: fino agli anni Settanta
si lavorava con compagini di amateurs; molto entusiasmo, ma poca competenza musicale.
Poi, proprio nel periodo in cui ho cominciato, i cori sono diventati realtà professionali, supportate da un’adeguata formazione accademica.
Oggi si comincia a studiare nell’ottica di entrare a far parte di un complesso corale; non è più un ripiego per chi non è riuscito a ottenere riconoscimenti come solista. I Conservatori offrono inoltre una preparazione molto più organica, approfondendo il contesto in cui sono inserite le opere musicali».

La sua carriera ha toccato alcune delle posizioni più illustri del mondo musicale contemporaneo. Che cosa le ha lasciato ognuna di queste esperienze?
«I primi anni con Riccardo Muti al Maggio sono stati una scuola importantissima: un modello di disciplina e di attenzione ai dettagli della partitura. Con Zubin Metha, poi, abbiamo continuato nella stessa direzione, affrontando repertori molto variegati, dalla musica rinascimentale alle esecuzioni di autori contemporanei: ricordo ancora con emozione la prima ripresa moderna della Passio di Paolo Aretino. Fu di nuovo Muti a volermi alla Scala; altri dodici anni di lavoro estremamente intenso: con quel Coro siamo stati in grado di eseguire una delle opere più complesse di tutto il repertorio vocale, come il Deutsche Motette di Richard Strauss. A Santa Cecilia poi sono arrivato nel periodo in cui la direzione artistica era affidata a Luciano Berio: l’idea era quella di realizzare l’incisione dell’opera omnia di Palestrina; il progetto non fu portato a compimento, ma l’esperienza ha arricchito molto la mia conoscenza del repertorio sinfonico e cameristico».

Come è stato l’incontro con il Coro del Regio?
«Ho trovato un teatro efficientissimo. Il Coro sta seguendo con grande interesse tutte le ricerche che ho proposto: con loro mi sento in simbiosi. I Quattro pezzi sacri di Verdi sono stati una scommessa per tutti, ma credo che la soddisfazione ottenuta davanti al pubblico abbia ripagato ogni sforzo. È un complesso che risponde con grande entusiasmo alle richieste dei registi; questa caratteristica mi ricorda le realtà straniere: una completa disponibilità a sacrificare le esigenze individuali in favore del concetto di insieme».

Quali sono i principali obiettivi da raggiungere?
«I problemi economici delle fondazioni liriche sono noti. Nonostante questo, con il sovrintendente Vergnano e il direttore musicale Noseda stiamo lavorando per raggiungere nuovi traguardi. A me piacerebbe riuscire a organizzare concerti annuali con il Coro, lavorare in ambito sinfonico e cameristico con maggiore intensità. Qualche tempo fa abbiamo eseguito i Mottetti di Bach, dimostrando di avere le carte in regola per affrontare in maniera sistematica quel repertorio». (a.m.)