di Federico Capitoni
È paradigma inevitabile che l’opera d’arte parli sempre, in un modo o nell’altro, di se stessa. Un contrappasso curioso è toccato ad Adrienne Lecouvreur, attrice francese protagonista di tante recite teatrali vere, che si è trovata a diventare l’eroina di un dramma fittizio. La sua morte fu dovuta a una grave dissenteria, ma Cilea non poteva che servirsi della leggenda ben più spettacolare che attribuisce invece il decesso a un avvelenamento.
L’opera è circoscritta alle ultime settimane di vita di Adrienne, la quale, comprendendo quali intrighi e sotterfugi si nascondessero nel mondo a cui si era votata, decide di abbandonare la recitazione. Ma proprio quando viene convinta a riprendere la sua attività, resta vittima della bieca vendetta della principessa di Bouillon, annusando delle violette avvelenate che questa le aveva inviato.
Cilea, attraverso una musica perfettamente in grado di tradurre caratteri e caratteristiche del teatro, scrive un’opera lirica per davvero, destreggiandosi con una trama complicatissima che mescola intrighi politici e invidie personali.
Una partitura brillante e dinamica, con echi pucciniani qui e lì e qualche strizzatina d’occhio all’operetta (anche per via dell’aspetto metateatrale del testo), ben riesce a rappresentare un’intera gamma di momenti e stati d’animo diversi, spesso relativi agli attimi che precedono un evento: la convulsa attività del teatro, la fibrillazione che scaturisce dalle attese, i sospetti di un epilogo drammatico a cui può portare un tradimento.
Con una scrittura orchestrale raffinata ed efficace, il compositore calabrese sigilla un’invenzione dopo l’altra, consegnando alla storia del melodramma un lavoro di fattura ben superiore a quella dettata dal predominante modello verista.