Intervista
di Stefano Valanzuolo
Nel 1902 Debussy mette in scena il Pélleas a Parigi. Tre anni dopo, a Dresda, debutta Salome di Strauss: è un periodo di rinnovamento, non c’è dubbio, per l’opera europea. Eppure, maestro Palumbo, sembra che Cilea si muova su un’altra strada: è d’accordo?
RP «Sì, Adriana è un melodramma orgogliosamente italiano. A differenza di Leoncavallo, che con Pagliacci pare voler assecondare le nuove tendenze europeiste, Cilea si innesta nel solco della tradizione nazionale, con tutto l’ardore della Giovane Scuola».
Nel riprendere un titolo già affrontato a Napoli qualche anno fa, ha voluto avvicinarsi al podio, stavolta, attraverso la lettura del dramma di Scribe, fonte d’ispirazione per il librettista Colautti. Quali le motivazioni?
RP «L’opera è musicalmente interessante e scritta molto bene, ma soffre di un problema drammaturgico: dal libretto, cioè, sono scomparsi alcuni passaggi fondamentali della vicenda e in questo modo la trama ha perso un po’ di credibilità, finendo con il privilegiare la statura dei personaggi. Forse per questo Adriana è considerata spesso un’opera di voci, come appare evidente dai grandi nomi che l’hanno interpretata, Caruso in testa. Io invece sono convinto che l’elemento teatrale vada rivalutato e illuminato, attraverso lo studio del colore orchestrale, la cura dei dettagli, l’attenzione ai recitativi».
Da un altro angolo visuale, il regista Lorenzo Mariani parla di un «intreccio molto bello e di una storia sanguigna, popolata di passioni forti, per un’opera che sembra testimoniare l’appartenenza diretta al melodramma romantico».
Niente Verismo, dunque, Lorenzo Mariani, a dispetto dell’epoca storica?
LM «Adriana Lecouvreur non è un’opera verista, no. Semmai è un’opera “vera”, non stilizzata. La cornice settecentesca in cui si colloca l’azione non ha il senso di una rievocazione leziosa alla Barry Lindon, per intenderci, ma è un contenitore nel quale si muovono personaggi concreti, dal temperamento spiccato. Un ritratto impietoso dell’aristocrazia francese, come l’avrebbe tratteggiato Choderlos de Laclos».
E sul versante squisitamente musicale?
LM «È un’opera dall’orchestrazione ricca e articolata, un po’ sullo stile dello Chenier, tipico prodotto tardo romantico italiano. Ha, dunque, un respiro sinfonico importante e non è estranea all’inevitabile influenza wagneriana, con il ricorso non casuale al Leitmotiv, ad esempio… Al direttore d’orchestra Cilea richiede di scavare in profondità, andando oltre il primo immediato livello di godibilità».
Adriana Lecouvreur offre però anche altri spunti di riflessione…
LM «È la metafora del teatro come palcoscenico della vita, in cui si intrecciano realtà e finzione. Con Nicola Rubertelli, lo scenografo, abbiamo immaginato dei palchi in scena, ma attenzione: non è il solito gioco del teatro nel teatro. Quella che offriamo allo spettatore, cioè, non è una semplice rappresentazione dell’opera, ma un’altra drammaturgia, fatta di richiami e di flashback. Una metafora, appunto, e non un equivalente del palcoscenico».
Resta, prima di chiudere, il tempo per riflettere su un dato storico curioso: Adriana Lecouvreur è praticamente l’ultimo titolo d’opera di un autore appena trentaseienne, destinato a una carriera ancora lunga.
«Capita – dice Mariani – a molti registi, a molti scrittori e musicisti anche grandi di raggiungere in fretta l’apice creativo, e di non riuscire ad andare oltre. È strano, ma non sorprendente».
E aggiunge Palumbo: «Forse, dopo il successo di Adriana, Cilea si rende conto di come la musica del nuovo secolo si avvii in una direzione altra da quella che gli è consona e che lui predilige. E preferisce fermarsi, piuttosto che tradire la propria indole».