Conquistati da pagine come Tombeau de Couperin e, più in generale, dall’immagine di un Ravel esplicitamente votato al recupero e all’attualizzazione della lezione classica francese (missione entro la quale, comunque, non si esaurisce la dimensione creativa del compositore), generazioni di ascoltatori e di esegeti frettolosi hanno sottovalutato, a volte, la dimensione extranazionale, eppure intima, della sua opera, che si nutre in termini di ispirazione e scrittura e in modo significativo, di suggestioni iberiche; non spagnole ma specificamente basche. In un piccolo villaggio dei Pirenei, infatti, era nato Ravel: suo padre era un ingegnere svizzero (“orologiaio svizzero”, non a caso, lo definì Stravinskij, non senza malizia), sua madre basca. Queste radici il musicista non le recise mai: nella terra d’origine si recava spesso, passandovi le vacanze, ascoltando i suoni e le melodie popolari, all’occorrenza trasferendone echi e colori nell’ambito della propria produzione.
Ha dunque una ragione se non filologica quanto meno romantica la scelta operata da Katia e Marielle Labèque di circondarsi di percussioni della tradizione basca, come a voler ribadire un innegabile senso di appartenenza, anche a proposito del Ravel più noto e popolare, quello del Boléro. La versione proposta del celebre pezzo, scritto nel 1928 per la danzatrice Ida Rubinstein («…una danza lenta, uniforme nella melodia, armonia e ritmo, il solo elemento di varietà è dato dal “crescendo” orchestrale», scriveva l’autore), è quella originale per due pianoforti, ma per l’occasione resa ritmicamente ancora più ricca e coinvolgente dall’utilizzo di strumenti dai nomi per noi persino misteriosi: atabal, tobera, txepetxe… Sono tamburi di dimensioni assai varie, spesso intagliati in gusci di noce; talora sono solo semplici assi di legno il cui utilizzo, durante le feste popolari, veniva e viene associato a un rituale che, probabilmente, riuscì a sedurre anche Ravel.
Precedente di oltre vent’anni rispetto al Boléro, Iberia è considerato il capolavoro di Isaac Albéniz, che vi mise mano durante la lunga fase parigina della sua vita. Anche in questo caso, dunque, si tratta di un ritratto di Spagna filtrato attraverso una sensibilità non casualmente francese, il che rende plausibile l’accostamento, storico e timbrico, messo in atto dalle sorelle Labèque: ancora una volta saranno le percussioni popolari ad aggiungere colore (ove mai ce ne fosse bisogno) allo scintillante percorso pianistico, in un arrangiamento del tutto nuovo, commissionato dalla Fondazione KML.
A ben vedere, non è casuale che un’idea del genere sia venuta in mente a Katia e Marielle Labèque, anche loro felicemente sospese tra un gusto e una squisitezza d’origine francese e un amore dichiarato per i paesaggi e le emozioni mediterranee. Non chiamatelo concerto, insomma: questo è un progetto sospeso tra innovazione e tradizione (nulla di strano per due artiste capaci di scivolare con disinvoltura da Brahms ai Beatles) o, se preferite, una promenade in terra di Spagna… (s.v.)
Nello spirito di collaborazione e integrazione tra le istituzioni musicali della città, che sta alla base della fondazione di "Sistema Musica", si inserisce la presenza a Torino di Katia e Marielle Labèque, protagoniste al Conservatorio di un programma che profuma di Spagna, per due pianoforti e percussioni, solo un mese dopo il concerto tenuto per Lingotto Musica sotto la direzione di Semyon Bychkov. Un doppio appuntamento, dunque, in cui si svela l'eclettismo delle sorelle del pianismo internazionale.