Intervista
di Federico Capitoni
Kalevi Aho è un compositore alla “vecchia maniera”. Si definisce prettamente nordico, ma come i grandi compositori mitteleuropei ha optato per le forme classiche e per una produzione sconfinata.
A sessant’anni ha ormai alle spalle cinque lavori per il teatro, tredici sinfonie, una dozzina di concerti per i più diversi strumenti, quartetti e composizioni da camera di ogni fatta e durata.
Qual è, come compositore, la sua relazione con la Finlandia? Crede esista uno speciale carattere finnico nella musica finlandese?
«È difficile dire oggi quanto ci sia di finnico nei compositori contemporanei. La musica classica finlandese ha radici tedesche. Il padre della musica finlandese, Fredrik Pacius, nacque nel 1809 ad Amburgo e solo nel 1844 migrò in Finlandia, iniziando a condurre una regolare vita musicale a Helsinki e diventando il compositore più influente per le nuove generazioni. Fu Sibelius il primo vero compositore finlandese a creare un linguaggio musicale diverso da quello mitteleuropeo. Nei suoi lavori si possono trovare echi dell’antica tradizione popolare finnica e in diverse occasioni anche argomenti del nostro poema epico Kalevala. Tuttavia Sibelius non ha avuto grande influenza sulle giovani generazioni di musicisti finlandesi per via del suo stile molto personale e inimitabile. Per quanto mi riguarda, mi sento un compositore nordico, più che altro per il ruolo che la natura ha nella mia musica. Per esempio la Sinfonia n. 12 omaggia la Lapponia e, più in generale, i miei lavori hanno qualcosa di monumentale per via della mia visione della notte e dell’oscurità invernale tipica della mia terra. Devo anche dire però che in molte composizioni nuove ho usato strumenti e suggestioni di altre culture. Lo stesso Kellot, nel terzo movimento, presenta pattern ritmici assolutamente non europei, e più che qualcosa di finnico all’ascoltatore parrà di sentire una sorta di “world music classica”».
Può parlarci più nel dettaglio di Kellot?
«È un concerto per quartetto di sassofoni e orchestra in quattro movimenti. L’ho composto tra l’agosto e il dicembre dello scorso anno. Ho avuto l’idea per il pezzo al funerale di un mio amico e collega, Pehr Henrik Nordgren. Era un importante compositore finlandese che viveva nel piccolo villaggio di Kaustinen. Le campane funerarie del villaggio suonavano meravigliosamente e ho deciso di usare i suoni delle campane come caratteristica peculiare del brano: dominano la seconda parte del primo movimento (Prologo) dopo un momento musicale particolarmente tragico. Al secondo movimento (Corale) segue uno Scherzo molto veloce e virtuosistico. L’ultimo movimento (Epilogo) ha diverse connessioni con la musica del primo e del terzo. Il finale è estatico».
Usa spesso i sassofoni nei suoi lavori; c’è una ragione particolare?
«Li ho usati molto poiché ho sempre voluto arricchire la strumentazione normalmente disponibile in orchestra. Altri strumenti non tipici che ho utilizzato spesso sono i corni baritoni, l’oboe baritono (Heckelphon) e alcuni tipi di percussioni africane o orientali come i darabuka, i djembe e i gong. In Finlandia c’è un livello di esecuzione, nel sassofono classico, davvero alto e questa è un’altra ragione per la quale ho usato spesso questo strumento. La Sinfonia da camera n. 3 l’ho scritta per il grande sassofonista americano John-Edward Kelly. Kellot è scritto per il fantastico Raschèr Quartet; era dagli anni Novanta che mi chiedevano di scrivere per loro questo concerto».
Perché ci sono così pochi brani scritti per sassofono nella musica classica?
«Credo che molti compositori conoscano il sassofono soltanto nella musica jazz, dove si tira fuori dallo strumento un suono ruvido, che non si amalgama bene con i legni di un’orchestra. Per Stravinskij il sassofono aveva un “suono criminale”… Ma i sassofonisti classici possono suonarlo in maniera molto delicata e mescolarlo perfettamente agli altri fiati. Molti compositori conservatori non vogliono perdere tempo a studiare le possibilità di questo strumento molto espressivo e dunque lo rifiutano. Tuttavia è merito anche degli esecutori, come John-Edward Kelly e il Raschèr Quartet, se ora abbiamo centinaia di lavori scritti per sassofono nella musica classica».
venerdì 13 novembre
Auditorium Rai
Arturo Toscanini
ore 21
ingresso libero
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Frank Ollu direttore
The Raschèr
Saxophone Quartet
Ksenia Bashmet pianoforte
Aho
Kellot, concerto
per quartetto di sassofoni e orchestra
Schnittke
Concerto per pianoforte e orchestra
Petrassi
Ottavo Concerto
per orchestra
Dallapiccola
Three Questions
with Two Answers
per orchestra