novembre 2009

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Piotr Anderszewski
Un perfezionista della tastiera

di Alberto Bosco

Piotr AnderszewskiAllo stato attuale non c’è pianista che possa rivaleggiare con Piotr Anderszewski quanto a personalità e carisma. A parte i tratti più esteriori, come l’abitudine di tenere i suoi recital in pantaloni di cuoio nero (abitudine che gli valse l’appellativo di «punk polacco» dal “New York Times”), l’atteggiamento di Anderszewski nei confronti della sua arte è tutt’altro che stravagante, ma ispirato a valori di profonda dedizione e consapevolezza.
Basta citare i suoi tre numi ispiratori – Sviatoslav Richter, Glenn Gould e Arturo Benedetti Michelangeli – per capire che il giovane pianista polacco punta in alto. Del primo ha preso il talento visionario, del secondo l’amore per la perfezione della sala di registrazione e del terzo l’estrema autocritica. Anderszewski infatti ha più volte dichiarato di sentirsi in difficoltà sul palcoscenico, perché insoddisfatto di quanto stava al momento producendo al pianoforte e di doversi sforzare per continuare, salvo poi scoprire con sorpresa che il pubblico aveva amato quello che aveva sentito. A forza di fare questa esperienza ha imparato con il tempo a frenare la sua implacabile autocritica per convincersi sempre più che il compito del pianista è suonare per gli altri e non per se stesso.
Eppure la sua fama iniziò proprio da un gesto di insoddisfazione. Era il 1990, durante il Concorso Internazionale di Leeds: Anderszewski, passato il secondo turno, si stava rivelando il migliore, quando nel bel mezzo delle Variazioni op. 27 di Webern smise di suonare e se ne andò perché, dichiarò poi, stava eseguendo il pezzo in modo indegno. Questo abbandono delle scene, manco a dirlo, gli valse più popolarità di un’eventuale vittoria, attirando numerose richieste di concerti. Furono anni difficili, perché una cosa è suonare a un concorso dove non si ha nulla da perdere, altra cosa assumersi la responsabilità di suonare davanti a un pubblico pagante (e per un ipercritico la differenza non è da sottovalutare).
Anche in studio di registrazione si muove con la stessa cautela, aspettando anche anni prima di incidere un brano e rifiutando la logica culturalistica delle integrali, preferendo dedicarsi a pochi brani ma con la sicurezza di lasciare interpretazioni fresche e originali.
Val la pena ricordare almeno la sua interpretazione delle Variazioni Diabelli di Beethoven, ormai diventata di riferimento e glorificata da un film di Bruno Monsaingeon, onore che prima era toccato solo a Gould e Richter. E poi le sue incisioni di Szymanowski, che Anderszewski considera un autentico genio, e quelle dei Concerti di Mozart, che egli stima di molto superiori a quelli di Beethoven.
Proprio a Mozart Anderszewski dedica un culto personale, in particolare al Flauto magico, di cui pare sappia cantare a memoria la musica dall’inizio alla fine. Secondo lui senza il corpus dei ventisette concerti l’umanità non sarebbe la stessa e nessun altro compositore saprebbe regalare un dono più alto all’ascoltatore: la sensazione di essere vivi.
Tra gli altri grandi prediletti svetta anche Schumann, considerato “l’umanista” per eccellenza, compositore la cui opera e la cui vita trascendono di molto il piano puramente musicale e la cui onestà ancora oggi commuove oltre misura. Tra i compositori detestati, invece, figura Šostakovicˇ, di cui Anderszewski giura non eseguirà mai una nota.
Curiosa infine, tra tante idiosincrasie e giudizi arguti, anche la vicenda biografica del pianista, nato a Varsavia nel 1969, da padre cattolico polacco e madre ebrea, entrambi amanti della musica ma non musicisti.
Studia al Conservatorio di Varsavia e poi approfitta di una borsa di studio per recarsi in California, a Los Angeles, dove trascorrerà solo qualche mese, giusto il tempo di capire che la vita americana non fa per lui e ritornare nella sonnacchiosa Varsavia.
Poi gira l’Europa e continua a studiare (Lione e Strasburgo) seguendo i genitori per stabilirsi infine tra Parigi e Lisbona, dove ha comprato casa e dove può infine dare libero spazio al suo lato indolente.
Già, perché questo artista co­smopolita e infaticabile confessa candidamente che al di là del pianoforte il suo più grande desiderio è non fare assolutamente nulla.




giovedì 26 novembre
ore 20.30 - turno rosso
venerdì 27 novembre
ore 21 - turno blu
Auditorium Rai
Arturo Toscanini

Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Jeffrey Tate direttore
Piotr Anderszewski pianoforte
Mendelssohn
Le Ebridi
(La grotta di Fingal), ouverture op. 26
Mozart
Concerto per pianoforte e orchestra K. 453
Concerto per pianoforte e orchestra K. 456
Haydn
Sinfonia Hob. I n. 95