Intervista
di Anna Parvopassu
Prima il diploma di violino al Conservatorio di Parma, poi i corsi di perfezionamento all’estero. Classe 1988, Francesca Dardani ha al suo attivo numerose esibizioni come solista e all’interno di complessi da camera tra Italia, Austria e Stati Uniti.
Già membro dell’Orchestra «Archi», è dal 2006 borsista dell’Associazione De Sono, per la quale suonerà insieme alla pianista Saskia Giorgini.
All’età di diciassette anni, ci racconta, si trasferisce a New York per studiare al Mannes College of Music, dove tuttora risiede.
Come ci si trova a studiare all’estero? Quali sono le differenze rispetto all’Italia?
«A New York mi sono trovata e mi trovo tuttora benissimo. La decisione presa qualche anno fa si è rivelata sicuramente produttiva. Oltre a poter assistere a diversi concerti di famosi violinisti e orchestre rinomate, ho avuto la possibilità di suonare in sale importanti come la Carnegie Hall e l’Avery Fisher Hall. Le differenze in campo educativo fra Italia e Stati Uniti sono notevoli. Devo purtroppo affermare che l’organizzazione italiana è nettamente inferiore e per diversi aspetti carente. Fra le altre cose, in America si studia musica da camera e orchestra sin da piccoli: a mio avviso queste sono basi fondamentali per la formazione di un musicista. E poi nel clima multietnico e multiculturale che si respira, le differenze divengono caratterizzanti e le esperienze che derivano da tradizioni diverse possono davvero arricchire».
Quanta influenza hanno avuto i suoi insegnanti sulla sua personalità di musicista? Di chi ha un ricordo particolare?
«Citerei senza dubbio il maestro Lewis Kaplan. La prima volta che ho avuto modo di conoscerlo è stato nell’estate 2006, nel Maine, al Bowdoin International Music Festival di cui è uno dei fondatori. Studio con lui da tre anni: mi ha insegnato come amare profondamente la musica e, al di là di questo, mi ha fatto maturare come persona, oltre che come artista, sostenendomi in maniera costruttiva anche nei momenti più difficili. La sua frase più ricorrente, indicativa per riassumere il suo approccio, è sempre stata “You can do it!”».
Che importanza ha la De Sono per la sua formazione e per il suo futuro musicale?
«Ha un ruolo fondamentale, sia per quanto riguarda il mio studio sia per la mia vita. Senza la borsa di studio che l’Associazione De Sono mi ha garantito non sarebbe stato possibile studiare a New York presso un college così prestigioso. E far parte dell’Orchestra «Archi» della De Sono mi ha arricchito tantissimo, dandomi la possibilità di accrescere il mio repertorio e l’occasione di conoscere musicisti della mia età: tutto ciò è al tempo stesso stimolante e fruttuoso».
A che cosa è dovuto il programma per il concerto? Qual è il filo rosso che tiene insieme Mozart e il contemporaneo Bright Sheng?
«Gli autori in programma – Mozart, Brahms, Schnittke e Sheng – sono esattamente i miei preferiti. La scelta di includere un pezzo per violino solo di Bright Sheng deriva dal fatto che sono di origine cinese e mi piacerebbe che anche l’Italia si aprisse un po’ di più a culture diverse, in particolare a quella orientale. La prima parte di Stream Flows è basata su una famosa canzone popolare del Sud della Cina, mentre la seconda è una veloce danza pastorale basata su un motivo di tre note. Credo che per il pubblico sarà un’esperienza nuova e, spero, positiva».
Quali sogni, desideri, progetti ha in cantiere per i prossimi anni?
«Pensando a breve termine, oltre a continuare a prepararmi per concerti, concorsi e audizioni, nel maggio prossimo terminerò il Bachelor of Music, per poi cominciare i due anni di Master of Music probabilmente a New York. Poi, mi piacerebbe entrare a far parte di una prestigiosa orchestra e magari un domani insegnare alla Juilliard. Ma il grande sogno nel cassetto resta quello di formare un trio con pianoforte, con il quale girare il mondo».