novembre 2009

teatroregiotorino


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Intervista

Kristjan Järvi
«Amo la forza innovativa di Tancredi»

di Stefano Valanzuolo

Kristjan Järvi L’Estonia, sua terra di nascita, se la porta nel cuore: «Nel 2005 ho inaugurato un progetto musicale per i bambini di un piccolo orfanotrofio. Appena posso, torno a trovarli: è straordinario verificarne i progressi giorno per giorno. Sarebbe bello se tutti i bambini estoni avessero una chance di questo tipo…» Gli Stati Uniti, invece, Paese in cui Kristjan Järvi si è formato professionalmente e risiede, gli hanno regalato stimoli e attenzioni speciali: «Il “New York Times” mi ha paragonato a Bernstein, parlando di energia pura sul podio… In effetti ho un approccio molto fisico e intuitivo alla musica. Ma Bernstein è un mito».
In Italia, infine, comincia a dirigere con una certa confortante continuità, attratto non soltanto dai soliti optional di infallibile seduzione («Adoro il cibo italiano…»), ma anche dal richiamo, altrettanto infallibile per un musicista, del melodramma.
«Mi considerano soprattutto un direttore a vocazione sinfonica e, ad essere sincero, il mio terreno privilegiato è quello. Ma come si fa a non amare l’opera italiana? A due autori, in particolare, non so resistere: Rossini e Puccini. Del primo amo il genio rivoluzionario e la capacità di caratterizzare le situazioni; del secondo, invece, la straordinaria inventiva melodica».

Ed è appunto Rossini, con il Tancredi, che saluta il debutto teatrale di Järvi a Torino, dopo una serie di felici esperienze alla guida dell’Osn della Rai…
«Tancredi è il prodigio di un autore ventunenne, un lavoro capace di illuminare un aspetto del melodramma fino a quel momento inesplorato. La forza innovativa contenuta in quest’opera mi riporta alla mente quella dell’ultimo Beethoven».

Dov’è, a suo avviso, la vera forza di Tancredi?
«Nell’estremo realismo delle vicende musicali, a onta di un libretto non sempre lineare. E nel rigore delle soluzioni formali, non sottrae passione e vivacità alla storia».

A Torino, troverà al suo fianco un regista esperto come Yannis Kokkos: qual è, in generale, il suo rapporto con la scena?
«Non sono così presuntuoso da negare alla regia una funzione di impatto immediato sul grande pubblico. Ecco perché mi interessa che si stabilisca una collaborazione totale con il regista: una platea attenta all’immagine finirà inevitabilmente con il prestare attenzione anche alla musica».

Järvi ha diretto, in anni recenti, molti prestigiosi complessi sinfonici in Europa e Stati Uniti, stabilendo con alcuni di essi un rapporto stabile. Ma di due progetti va specialmente fiero: la New York’s Absolute Ensemble e la Baltic Youth Philharmonic…
«Sono due orchestre che ho ideato e fondato. L’Absolute Ensemble è nato a New York per dare voce ad autori di oggi, sospesi tra classica, contemporanea e nuove tendenze: Adams, Pärt, Zawinul. Perché l’ho fatto? Per curiosità e per rispetto nei confronti di quei compositori che ritengo doveroso elevare da una massa meno interessante».

E la Baltic Youth Philharmonic?
«È un sogno che si realizza. Lavorare con i giovani è per me una priorità assoluta: la loro freschezza e la loro sana curiosità, non ancora guastate dall’esperienza, sono una fonte di ispirazione unica per qualsiasi direttore d’orchestra. Accanto a loro ogni esecuzione diventa una creazione vera e propria e la musica, così come voleva Berlioz, assume una forza fisica irresistibile».