Intervista
A novembre prende avvio la seconda edizione del Corso di recitazione per cantanti organizzato da Teatro Regio e Teatro Stabile. Ne parliamo con Davide Livermore, che ne cura la direzione.
Da Vivaldi a Herbert Pagani: non ci devono essere limiti musicali per i cantanti che frequentano il Corso…
«Sì, all’audizione, tra arie a scelta del repertorio operistico, l’unico brano obbligatorio è proprio Albergo a ore di Herbert Pagani perché è un grande pezzo di teatro: non ci sono fronzoli, non ci sono intellettualismi e l’interprete è subito messo a nudo. È un brano che mi permette di misurare la temperatura emotiva di un cantante».
Mano sul cuore, gambe larghe, il cantante degli anni Cinquanta lo ricordiamo così; e adesso?
«Il cantante di oggi deve sapere le lingue perché gira il mondo, deve avere apertura mentale e conoscere non solo la musica ma anche il cinema, la letteratura, il teatro… e deve essere consapevole del proprio corpo, deve sapersi muovere in scena, deve essere un cantante-attore! Per questo tra i docenti ci sono bravissimi cantanti-attori, ma anche registi, direttori d’orchestra e critici musicali, perché un cantante deve capire come viene giudicato».
Come materia c’è anche arte del comprimariato; proprio in Italia dove siamo tutti primedonne?
«Già, c’è un ego sviluppatissimo… ma esistono anche gli Oscar per gli attori non protagonisti e un comprimario deve capire quanto è importante il suo ruolo: è lui che fa funzionare la macchina. Puoi fare Turandot con un Calaf bravissimo, ma se le tre maschere fanno pena lo spettacolo crolla».
A fine corso che cosa succede?
«Gli allievi vengono coinvolti in uno spettacolo vero e proprio, non in un saggio. Lo scorso anno con le dodici allieve (nemmeno un uomo aveva passato l’audizione!) abbiamo inaugurato la Biennale Teatro con il vaudeville Le Sorelle Brönte. Quest’anno gli allievi saranno coinvolti in Stasseira, spettacolo che sto preparando con Gipo Farassino ed Eugenio Cappuccio per lo Stabile di Torino e in un progetto su un’opera di Vivaldi». (s.f.)