Intervista
di Susanna Franchi
«È un mondo che non c’è più, come un Medioevo immaginario, dove si parla di amore e di fedeltà; è come sfogliare un libro di Walter Scott, dove i protagonisti sono i grandi sentimenti, la bellezza». Così il regista, scenografo e costumista Yannis Kokkos racconta l’universo di Tancredi, tragedia di Voltaire diventata poi un’opera di Rossini che debutta al Teatro Regio il 25 novembre in un nuovo allestimento coprodotto con Teatro Real di Madrid, Gran Teatre del Liceu di Barcellona e Teatro de la Maestranza di Siviglia.
Kokkos è nato ad Atene, ma vive in Francia dal 1963. Ha intrapreso la sua attività teatrale come scenografo e costumista nel 1965, collaborando, tra gli altri, con Antoine Vitez. Il suo debutto come regista avviene però nel 1987 con La principessa bianca di Rilke e, nello stesso anno, debutta anche come regista d’opera con L’Oresteia di Xenakis. Tra i suoi spettacoli operistici più applauditi Boris Godunov, Don Carlo e, lo scorso anno alla Scala, Assassinio nella cattedrale.
Tancredi è una storia bellissima che racconta sentimenti forti, con una storia d’amore molto intensa e complessa tra il protagonista e Amenaide…
«Per raccontare la distanza che ci separa da quel passato ho scelto un elemento da favola: i pupi siciliani. Sì, proprio i celebri burattini che diventano una sorta di doppio, di ombra dei personaggi. I soldati sono rappresentati proprio dai pupi, che sul palco sono accanto ai cantanti in carne e ossa. C’è un po’ di nostalgia nel pensare, oggi, a quel mondo cavalleresco portatore di valori così alti e i pupi sono un modo di avvicinare quelle immagini a noi. E poi ci sono costumi colorati, morbidi, cavalli e torri, proprio come in un libro di fiabe».
Tancredi debuttò a Venezia nel febbraio 1813 nella versione con il lieto fine: Tancredi e Amenaide si sposano. Poi a Ferrara, nel marzo dello stesso anno, invece Tancredi finiva tragicamente con la morte del protagonista. Al Regio vedremo la versione tragica…
«Posso dirlo? È quella che preferisco! Al Teatro Real di Madrid, dove questo spettacolo ha debuttato, venivano proposti entrambi i finali, ma io preferisco la versione con la morte perché è un finale molto intenso, finisce come un soffio sulle labbra del protagonista. Rossini era straordinario: è riuscito a comporre una musica bellissima ed efficacissima per questa scena».
Stendhal raccontando del successo veneziano dell’opera diceva che tutti, persino i gondolieri, cantavano «Di tanti palpiti». Davanti ad arie così famose, un regista deve “fermarsi”, lasciare spazio al belcanto o no?
«Lo spazio dell’aria non è uno spazio statico, perché ha sempre un movimento interiore. Io amo moltissimo l’opera perché è uno spettacolo completo, un melange di musica e teatro. Credo che non si debba mai dimenticare che si tratta di teatro, anche nei momenti di straordinaria bellezza musicale come le arie».