Intervista
Stefano Montanari, in concerto insieme all’Orchestra Filarmonica di Torino con un programma vivaldiano che alterna opere notissime a pagine meno frequentate, ha collezionato durante una lunga carriera – a dispetto di un’età piuttosto giovane – diverse esperienze come violinista (è primo violino dell’ensemble Accademia Bizantina) e come direttore d’orchestra, mettendo mano al repertorio classico e contemporaneo e specializzandosi infine in quello barocco italiano.
La sua interpretazione delle Stagioni è davvero diversa da quelle che siamo abituati a sentire, è spiazzante e divide il pubblico. Che cos’ha di speciale?
«A me suonano stranissime le versioni “tradizionali”, nel senso che proprio non mi ci ritrovo e non trovo Vivaldi al loro interno! Penso si debba partire da ciò che sono in realtà Le stagioni. Non si tratta di “normali” concerti per violino: siamo di fronte a una scrittura che utilizza gli strumenti in maniera stravagante, permettendo al compositore di ottenere una serie di effetti e di colori che mirano principalmente all’imitazione di suoni, rumori e umori, nonché di stati d’animo e di sentimenti. Quindi un uso degli strumenti così caro alla tradizione tedesca della fine del Seicento, che utilizzava il violino come fosse un mezzo potentissimo di emulazione per imitare il canto degli animali, il fragore dei tuoni o il rumore dei venti, ma anche i pifferi delle bande militari e addirittura il suono dei tamburi. Per cui, nessuno scandalo se “osiamo” fare del “principe degli strumenti” una strabiliante macchina sonora: in fondo ne ha tutte le capacità!
Partendo da questo e cercando di capire e carpire le intenzioni del Prete Rosso, cerco di rendere Le stagioni come si trattasse di uno straordinario affresco pittorico, in cui musica, immagini e sentimenti si integrano e culminano in un’esplosione di affetti ed effetti.
Ciò comporta dei rischi, e cioè quello di esagerare e di andare oltre al lecito, quindi al buon gusto! Su questo potremmo discutere senza mai trovare un accordo e senza capire fino in fondo che cosa fosse il buon gusto trecento anni fa. Tutto sta, credo, nel seguire le indicazioni di Vivaldi, conoscere in maniera molto approfondita la prassi esecutiva e la tecnica violinistica dell’epoca, per poi cercare di intervenire con l’interpretazione esclusivamente per rendere sempre più chiaro il messaggio originale. È per questo che ritengo che non sia la mia interpretazione a essere “diversa”, ma piuttosto le altre a non essere attendibili».
In che cosa si somigliano e in cosa si differenziano i pezzi in programma?
«La Sinfonia dell’Olimpiade ha un primo movimento spettacolare, di impatto; il secondo invece è un largo molto interessante dal punto di vista melodico e ritmico. Il Concerto per violino è piuttosto raro: si tratta di un brano molto teatrale, che sembra un assemblaggio di scene tratte da un’opera: ogni intervento del violino ha un carattere e una scrittura ben precisi e ciascuno è diverso dall’altro. Il Concerto per 4 violini mi permette di non essere l’unico protagonista e di valorizzare gli elementi dell’Orchestra, che davvero se lo meritano. Quanto alle Stagioni, fanno parte di una raccolta molto complessa, in cui i particolari sono intoccabili. Basta modificare qualcosa, per esempio il tempo con cui si affronta un momento musicale, e si trasforma tutto il carattere della Stagione». (f.c.)
domenica 22 novembre
Conservatorio - ore 17
prova generale
martedì 24 novembre
Conservatorio - ore 21
Orchestra Filarmonica
di Torino
Stefano Montanari direttore e violino
PURO VIVALDI
Vivaldi
Sinfonia da L’Olimpiade
Concerto per violino
e orchestra RV 369
Concerto per 4 violini
e orchestra RV 580
Le stagioni,
da Il Cimento dell’armonia e dell’inventione
per archi e cembalo