novembre 2009

l' editoriale


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Il gusto degli altri

CampograndePer secoli la musica che si è composta, il modo di suonarla e il modo di ascoltarla sono andati di pari passo. Dall’inizio dell’Ottocento questa assonanza è stata certificata anche dalla critica musicale, oggi sostanzialmente estinta, e la società nel suo complesso, di volta in volta, ha accolto, rifiutato, frainteso la musica che le veniva proposta seguendo ciò che siamo soliti definire gusto («complesso delle tendenze estetiche che caratterizzano il modo di giudicare e di esprimersi di un’epoca», scrive lo Zingaretti). Pensando ad alcuni fenomeni importanti degli ultimi cinquant’anni, l’esplosione del Barocco in ogni sua forma, il dramma della musica contemporanea per affezionati o la passione per la filologia a tutti i costi sono esperienze nate e cresciute secondo il nostro gusto, cioè seguendo una sorta di percezione collettiva che ci ha portato a questo anziché ad altro. E non parlo delle mode, del fatto che ciclicamente Beethoven venga a noia e poi ricompaia, che Puccini sia da adorare o da dimenticare. Parlo della nostra capacità di entrare in relazione con questo o quel brano, di vivere il complesso di relazioni che lo costituiscono, che ne sono la ragione; di saperne conoscere la storia, la funzione, la bellezza.
Ora, il gusto cambia, è naturale. Ed è molto difficile prevedere che cosa ci piacerà in futuro. Ma – in assenza di maître à penser riconosciuti e autorevoli – chi lo sta costruendo, il futuro?
Beh, il mercato, innanzitutto. Se il “Corriere della Sera” decide di allegare al quotidiano un cd con la musica di Allevi anziché con dei Quartetti di Dvorˇák sta già influenzando il nostro gusto con una potenza che nessuna stagione concertistica può neanche lontanamente sognare. E la stessa cosa capita con esperienze tecnologiche raffinate, come le webradio per appassionati (la più meticolosa è accuradio.com, con 52 sottocanali tematici dedicati alla musica classica, automaticamente messa in vendita su Amazon): decidere che brano inserire nella programmazione, magari anche nello specifico canale “flautisti celebri”, significa orientare il gusto di alcune decine di migliaia di persone.
E poi, dall’altra parte, ci siamo noi ascoltatori, con le conversazioni nel foyer, con i commenti sui blog, con le emozioni che riusciamo a comunicare ai nostri figli. Non abbiamo più una rappresentanza ufficiale, non c’è una sintonia tra noi e il resto della società, quello che ci piace non interessa quasi a nessuno. Però esistiamo e credo che oggi, oltre a godere i concerti e le opere che giustamente ci appassionano, ci dobbiamo assumere collettivamente anche il compito di formare, guidare, aiutare il gusto del futuro. Non lo faranno altri al nostro posto, e spero abbiamo ormai capito tutti che il mercato non è un’entità di per sé intelligente. So che è poco torinese, ma il parlare, lo scrivere, lo scambiarsi idee e commenti credo siano oggi più che mai essenziali per mantenere viva la nostra preziosa comunità musicale. E ho l’impressione che soltanto con l’impegno collettivo – compreso, da gennaio, il piccolo sforzo di ritirare questa rivista nei molti luoghi di distribuzione anziché riceverla a casa – sarà possibile fare arrivare alla nuove generazioni quelle che a noi sembrano esperienze importanti ma che potrebbero scomparire in un battito di ciglia.
Che cosa ne pensate?