di Giampaolo Pretto
Quanto è intrisa la musica d’arte d’oggi della sensibilità visuale cui siamo soggetti? Ascoltare i due brani di Christian Cassinelli
e Pasquale Corrado – commissionati
nel 2009 dalla Fondazione Spinola Banna per l’Arte di Poirino e passati al vaglio
sapiente del tutor Luca Francesconi – significa assistere, a occhi chiusi, alla proiezione
interiore di due cortometraggi che non potrebbero essere più diversi. In Eco loquace che incanti, il lavoro di Cassinelli, l’evidente allitterazione del titolo allude a un’amniotica sospensione temporale, fascinosa e arcaica:
l’esordio in volute sinuose quasi inudibili, alternate più tardi a trancianti fiammate; la brulicante sovrapposizione di figurazioni irregolari; la risonanza di timbri gemelli che si sciolgono ritualmente l’uno nell’altro, creano una sequenza
complessiva di alternanza, fortemente visuale, tra zoomate violente e dissolvenze dolcissime. Al contrario di Quintessence, il brano di Corrado, dove è il montaggio frenetico di videoclip ad assalirci, con la sparata febbrile
di ribattuti puntiformi, quasi balbuzie da incontenibilità espressiva; con effetti percussivi stranianti, pizzicati di corde d’aria che improvvisamente si inerpicano avvitandosi in soffi violenti, tribali; non senza l’enunciazione di monologhi in cui la voce del singolo strumento si fa personaggio.
Da diciassette anni il nostro gruppo crea i suoi programmi impastando, in ricette sempre diverse, questi ingredienti di base: repertorio storico, nuove esecuzioni, trascrizioni. A quest’ultima categoria appartiene la mia versione per quintetto della Seconda sonata di Debussy. Da tre a cinque voci, infatti, sono quelle che il flauto, la viola e l’arpa
snodano nell’originale, vertice fra i più alti della produzione cameristica di sempre.
Il faro cui riferirmi, nel lungo lavoro di adattamento, è stato l’amore per il colore dei fiati che il francese ha celebrato in molti capolavori, dalla Rapsodie per clarinetto ai lavori orchestrali,
Prélude e La Mer per primi. Il compenetrarsi di stimbrature pastello
nel paesaggio rarefatto dalla Pastorale iniziale riesce a coesistere
perfettamente, nel linguaggio dei fiati, con la perentoria affermazione di un Allegro risoluto inusitatamente
violento: quasi eco della coeva Grande Guerra e dell’imminente,
consapevole fine del Maestro.