I linguaggi si evolvono, è noto. Cambiano le parole, si modifica la grammatica, muta la sintassi. Anche nella musica, naturalmente, e per questo un brano di Bach è così diverso da uno di Ravel: non tanto perché i due autori avevano idee o ispirazioni diverse, ma perché utilizzavano un linguaggio a due diversi stadi di trasformazione.
Ora, fino a pochi anni fa la mutazione della lingua musicale era costituita da cambiamenti interni: si usavano certe armonie invece di altre, e certi ritmi, certi impasti timbrici, certe forme; il variare di questi parametri determinava l’esistenza di espressioni musicali diverse, che ci è infatti facile collocare lungo una linea cronologica. Questo genere di trasformazione, però, oggi si è sostanzialmente arrestata, anche perché non è qui che si cerca la novità: la rivoluzione, da una decina di anni a questa parte, proviene dall’ascolto di musica nota in accostamenti inconsueti, potendo ormai passare in un clic da un movimento di una sonata di Beethoven a una canzone di Morgan. Non è una cosa irrilevante: prima soltanto i grandi appassionati o i fidanzatini in vena di doni musicali preparavano delle compilation mirate; il grosso dell’ascolto di musica riprodotta passava attraverso album completi,
che si compravano e si sentivano per ciò che erano. Se ascoltavi Beethoven te lo sentivi per mezz’ora; e poi, se volevi, mettevi su un altro cd (una musicassetta, un lp…).
La generazione iPod è oggi abituata a far tesoro delle proprie costruzioni di ascolti: le playlist vengono scambiate, pubblicate, suggerite, e la sequenza, l’accostamento di ciò che si ascolta è ormai importante almeno quanto un brano in sé. Giustamente: i compositori lo sanno da sempre, e l’intero teatro musicale è fondato su questo principio: il prima e il dopo sono il fondamento dell’ascolto della musica.
In questo contesto accade tuttavia un fatto curioso: gli oggetti sonori tendono a spogliarsi. Il singolo movimento di una sonata di Beethoven finisce con il perdere ogni riferimento culturale e storico: vicino a una canzone di Morgan non è più importante sapere se quel brano è stato scritto nell’Ottocento o magari nel Cinquecento, se era destinato a una sala da concerto o serviva per allietare i salotti, se è ispirato a un’idea filosofica o vuole imitare il canto degli uccellini, e così via. Proiettata nell’eterno presente della riproduzione casuale, la musica diventa un ingrediente semplice, facile da maneggiare, che può essere ascoltata senza fare appello a nessuna conoscenza: giudicano le orecchie, e lo fanno in pochi minuti, perché poi si passa oltre.
Il processo è inarrestabile, ed è inutile opporvisi – io stesso, in alcuni ambiti, credo di aver contribuito a sostenerlo. Ha alcuni svantaggi evidenti, e forse persino gravi; ma ha anche il pregio di mettere davvero a confronto la musica classica con il presente e di sfidarla a dimostrare il proprio valore, il proprio senso.
Voi che cosa ne pensate?