Qualche tempo fa il “Financial Times” lo ha definito un «pianista eminentemente sensuale». Senza dubbio il critico non si riferiva all’aspetto fisico di Leif Ove Andsnes (anche se le foto di repertorio sono in pose hollywoodiane) ma a uno stile esecutivo che riesce a tradurre in suono quelle folate di emotività passionale che molto spesso soffiano nelle partiture
nate tra Otto e Novecento. La cosa, naturalmente, fa ancora
più specie quando viene da un biondino norvegese, che sembra appena uscito da un college scandinavo. Ma l’energia che si sprigiona da quelle mani nordiche ha una forza davvero
travolgente. Andsnes è naturalmente uno specialista della musica delle sue parti, Grieg in testa. Ma ha anche studiato in Belgio e tra i suoi modelli cita Dinu Lipatti, Arturo Benedetti Michelangeli, Sviatoslav Richter e Géza Anda. Quindi nessun localismo pesa sulle sue scelte esecutive; il programma del concerto all’Unione Musicale lo dimostra, impaginando lavori monumentali della grande stagione romantica, dalle Kinderszenen
di Schumann, ai Valzer, i Notturni e le Ballate di Chopin;
senza tralasciare una piccola escursione nel Novecento di Kurtág, con una selezione di brani tratti dal ciclo pianistico Jatekok. Tutta musica
piena di emozioni forti, forse in alcuni casi addirittura sensuale. Ma con simili autori bisogna saper scavare,
andare al di là di quel magnetismo
esteriore che scocca come un colpo di fulmine: le loro opere sono grovigli di inquietudini e stratificazioni
emotive; niente che si possa cristallizzare con una sola definizione.
E Andsnes non solo ha le possibilità per farlo ma ha anche l’età (quarant’anni) e la cultura (lo sguardo privilegiato di chi è nato alla periferia dell’Europa) per provare a dire qualcosa di nuovo sui grandi capolavori di sempre. (a.m.)