di Francesco Cilluffo
Spesso abbiamo bisogno di essere lontani dai luoghi
delle nostre origini per riuscire a capire con più chiarezza chi siamo e da dove veniamo.
Accade così che nel 1941 Britten si trovi in America (per esilio volontario durante la Seconda Guerra Mondiale)
e legga sulla rivista “The Listener” un intervento di Edward Morgan Foster su George Crabbe, poeta inglese
del primo Ottocento, originario del Suffolk. Tra le righe del saggio dell’autore di Howard’s End (nonché futuro librettista per il britteniano Billy Budd) Britten rivede con nostalgia il suo paesaggio natale e ricorda alcuni versi del poema The Borough di Crabbe, dedicati
a un pescatore perseguitato dai fantasmi di fanciulli
apprendisti da lui uccisi. Nasce quindi in America l’idea dell’opera inglese per eccellenza, Peter Grimes, rappresentata a Londra nel 1945. Da quei pochi versi Britten ricrea la storia di Grimes, pescatore bizzarro, ostracizzato dal villaggio nel quale vive, un visionario la cui unica amica è Ellen Orford (maestra di scuola che placa le risse a colpi di citazioni evangeliche). In seguito alle morti sospette di due bambini suoi apprendisti,
Peter, abbandonato persino da Ellen, si allontana con la propria barca per lasciarsi affogare.
Britten non ha all’epoca alcuna esperienza operistica alle spalle (tranne il tentativo fallito di Paul Bunyan, operetta su testo di Auden), eppure riesce a creare la prima vera opera inglese moderna. Consapevole dell’importanza della scelta dei propri modelli, egli si discosta dai connazionali Delius e Vaughan Williams, che avevano aderito alla moda vittoriana (ma non solo) del wagnerismo nella tazza di the, per rivolgersi invece a Verdi, a Musorgskij e all’amato Berg del Wozzeck. Ne risulta la creazione di uno stile personale che unisce sapientemente la sperimentazione armonica e timbrica novecentesca (affascinante nei famosi interludi marini) a quell’equilibrio fra tragedia personale e coralità, tipico del melodramma tradizionale, attraverso un flusso musicale
inarrestabile, sebbene articolato in forme chiuse.
Data la propria esperienza di individuo ostracizzato (in quanto omosessuale e pacifista) e di compositore “conservatore” in epoca di integralismi avanguardistici, è altrettanto rilevante notare quanto in Peter Grimes siano già presenti due topoi caratteristici dell’intero corpus britteniano: la rappresentazione della società oppressiva e l’indagine sull’infanzia violata. Il coro è infatti protagonista assoluto dell’opera, e la coralità trova
espressione nella metafora del mare (la scena della tempesta alla fine del primo atto è degna dell’analoga scena verdiana nel Rigoletto); la folla quindi come un mare di esseri accusatori e spietati, pronta a mangiare i propri figli. Ed è proprio nel mare che Peter troverà la morte mentre, sulla riva, il Borgo incurante riprende la vita quotidiana.
Il tema dell’infanzia violata ci riporta a Peter stesso: nel suo tormentato confronto con gli apprendisti e nel suo reagire alle conseguenze delle proprie azioni, Grimes ci ricorda la definizione data da Freud di bambino come essere perverso e polimorfo. Peter è un essere amorale che vive la violenza e la sessualità in modo autoreferenziale, quasi imprigionato in un corpo che è invece adulto e del quale la società vorrebbe comandare
le passioni e le aspirazioni. Ma Grimes è anche un visionario, un poeta (si pensi al bellissimo monologo delle Pleiadi, alla fine del primo atto) e, come ci insegna
Virginia Woolf con Mrs. Dalloway, il visionario
non può sopravvivere nella società conformista: l’unica via d’uscita è il suicidio indotto.
Ecco quindi che Peter si lascia affogare nel mare tinto dalle lamine di luce grigia dell’alba, seguendo l’esempio
dei due amanti infelici di A Village Romeo and Juliet di Delius.
Questa volta, però, nella barca non c’è posto per due.