Intervista
di Stefano Valanzuolo
Abbiamo incontrato François de Carpentries – assistente
alla regia di Willy Decker – invitato a rimontare il Peter Grimes per il Teatro Regio di Torino.
Quando fu messo in scena al Théâtre Royal de la Monnaie,
nel 2004, alcuni critici videro nel Peter Grimes firmato da Willy Decker vari riferimenti a fatti di cronaca
contemporanei…
«In quei giorni – ricorda Carpentries – il Belgio celebrava
il processo a Marc Dutroux, colpevole di orribili fatti di pedofilia. L’accostamento fu facile ma fuori luogo.
Il capolavoro di Britten, infatti, non fa esplicitamente
cenno ad abusi sui bambini, ma semmai rimanda al topos dell’infanzia rubata, caro a molta letteratura anglosassone, da Dickens a George Bernard Shaw».
Un orco o una vittima della società: cos’è Grimes nell’idea di Decker?
«Né l’uno né l’altro. Per il regista Peter è un outsider, una voce fuori dal coro, uno che ha paura del branco. Nell’affermare la propria ansia di ribellione contro il paese,
finisce con l’isolarsi, col diventare persino cattivo, rifiutando le regole del vivere comune e, di conseguenza,
ponendosi dalla parte del torto».
Alla fine dello spettacolo, Peter Grimes uscirà assolto o colpevole?
«Non c’è giudizio morale nella lettura di Decker. La regia
si limita a descrivere il caso, esponendo le ragioni del conflitto, mettendo a fuoco le ansie e le insicurezze di ogni protagonista, assecondando la musica nell’evocare
sensazioni e stati d’animo».
Tra i protagonisti ritroviamo il mare…
«Il mare gioca un ruolo centrale nella messinscena che vedrete. È l’unico elemento in cui Peter trovi pace, forse perché il caos dell’oceano rispecchia il suo stato emotivo. Ai suoi occhi un temporale è fonte di estasi, l’uragano è amico, le onde sono carezze. Peter è un uomo spaventato sulla terra, ma sicuro di sé sull’acqua.
Decker non descrive il mare, ma lo evoca come un qualcosa di immateriale e sempre presente: sotto i piedi, sulla testa, nell’animo».
E poi c’è il coro, altra figura drammaticamente scolpita…
«Il coro ha un ruolo tutt’altro che ornamentale. È un gruppo che giudica con spietata freddezza, che punta la lama contro i propri membri senza mai allentare la pressione. In questo modo, secondo Decker, la massa prova a esorcizzare la paura indotta da una condizione di vita ostile. E non è un caso che il solo Peter, cui la violenza della natura non incute alcun timore, scelga di fare a meno del branco».
Qualcuno ha ritrovato in questa rilettura del Peter Grimes spunti di affinità col Wozzeck…
«Britten affronta il tema dell’individuo in perenne conflitto con le convenzioni sociali. Un tema caro al compositore, afflitto dai pregiudizi benpensanti per la sua omosessualità. Grimes, come Wozzeck, soffre per il fatto di essere un oggetto in balia del destino; laddove,
invece, vorrebbe poter muovere le cose. Decker ha messo in scena anche Wozzeck, ma in quel caso poneva l’accento sul senso di ribellione in modo più netto di quanto non faccia nel Grimes, dove ad attrarlo sono le ragioni del contrasto, più che gli esiti».
L’allestimento che vedremo nasce dall’assidua collaborazione
di Decker con John Macfarlane, autore di scene e costumi…
«Il tentativo è quello di sottolineare l’interazione tra i personaggi e l’ambiente che li circonda. Lo spazio scenico,
dunque, ha la funzione di amplificare l’azione, non limitandosi a descrivere questo o quel luogo, ma indicando al pubblico l’effetto che esso induce sulla vicenda,
sullo stato d’animo dei protagonisti. Molti movimenti
risulterebbero incomprensibili se non fossero calati
in questo set che punta a creare un ponte col cuore e con la mente del pubblico, non solo con gli occhi».
Quanto conta, nell’approccio di Decker, la padronanza
della partitura?
«Willy conosce perfettamente ogni nota dell’opera che va ad affrontare. La sua regia è costruita sulla musica, così come ogni gesto deriva dalla partitura. Io stesso, lavorando al suo fianco, riesco a mettere a frutto la mia formazione musicale. I cantanti, poi, lo adorano, perché
Decker li capisce, li rispetta e crea il rapporto ideale
tra la buca e il palcoscenico. L’opera è un mondo a parte, con un proprio linguaggio specifico che per Willy, fortunatamente, non ha segreti».