di Emanuele Arciuli
Per quanto la musica sia una meravigliosa macchina del tempo e dello spazio, si può pensare
davvero che fra Mozart e l’America sia possibile
una connessione? E, allora, perché non fra Beethoven e i Maya o tra Haydn e i Khmer rossi? Ricordo un mio insegnante di pianoforte, molto snob e un po’ riottoso verso le novità, che commentava molti anni fa un disco Schumann/Schoenberg, pubblicato da una famosa etichetta discografica. «Senti – mi disse – l’unica cosa che i due musicisti hanno in comune è la “Sch”».
E però, se sappiamo raccoglierne le sfide, la musica
può condurci in territori insospettati, renderci
testimoni (o artefici) di incontri impossibili e, alla fine, illuminanti. Ai tempi di Mozart l’America
era poco più di un’espressione geografica, e i suoi musicisti più importanti reclutati tra le seconde (secondissime!, direi) file europee. Intanto,
a Vienna, Mozart era un vero rivoluzionario
e dimostrava, con naturalezza pari al suo talento, quali tesori e quanta complessità si potessero
ricavare da un uso geniale di elementi semplicissimi, in sé banali, come un basso albertino
o un ritmo militare. Con un po’ di fantasia e di senso dell’azzardo, non è difficile ritrovare la stessa sorprendente essenzialità nel jazz di Monk o di Coltrane o di Charlie Parker: un modo così semplice, ma anche così nuovo di considerare un ritmo binario, una via originale di concepire il sistema armonico in cui, con un colpo di bacchetta
magica, gli accordi tonali sono gli stessi di cento anni prima, ma sono anche inauditi, la modulazione
quinto-primo resta intatta, ma risuona del tutto nuova alla nostra percezione, con una freschezza che ritroveremo, miracolosamente preservata, nel Concerto K. 467 di Mozart, non a caso amatissimo da jazzisti come Jarrett e Corea. Fra l’altro, secondo la lezione più aggiornata della
filologia mozartiana, il pianista deve talvolta inserire qualche elemento improvvisatorio, e il K. 467 si presta perfettamente a piccole aggiunte
di abbellimenti e varianti... Non è forse il pianista
jazz che, al giorno d’oggi, deve ricreare a ogni nuova esecuzione un percorso differente?
E mi piace legare a un capolavoro tra i più noti del maestro di Salisburgo un po’ di musica d’oltreoceano.
Si tratta, nella fattispecie, di una breve selezione del ciclo ‘Round Midnight Variations, un omaggio a Monk che sedici autori americani (e quattro italiani) hanno realizzato per me quasi dieci anni fa e che, per i curiosi disegni del caso, fu eseguito in prima assoluta proprio a Torino.
Ballad Nocturne, invece, è una nuova opera per pianoforte e piccola orchestra di una compositrice
californiana, Ann Millikan, di cui avevo eseguito un brano cameristico tempo addietro e alla quale – con la complicità dell’Orchestra Filarmonica che ha poi commissionato la partitura – avevo espresso il desiderio di un lavoro per pianoforte e orchestra. Che, manco a dirlo, resta in bilico fra jazz e musica colta. Millikan, del resto, è stata allieva di Mel Powell, il quale – prima di percorrere con rigore i territori impervi del serialismo – era stato il prodigioso pianista di Glenn Miller e Louis Armstrong. L’opera si apre con un misterioso e acutissimo tintinnio del Glockenspiel, e poi – dopo una frase spezzata
degli archi – cede il passo al pianoforte, che canta una melodia semplice e malinconica. Non inganni, però, la linearità della scrittura, che presto evolve in trame più complesse e dark, rimandi onirici, sottratti a qualsiasi retorica. Il pianismo è sempre debitore del jazz e in questa notte americana scorre una galleria d’ombre: da Bill Evans ad Art Tatum, da Thelonious Monk a Lennie Tristano. Mozart qui è un convitato di pietra. Però sorridente. E bonario.