di Angelo Chiarle
«All’inizio non è né l’azione né il sapere. All’inizio è la fede». Non è cosa semplice parlare in maniera non banale di Lorenzo Perosi, l’«ultimo “giardiniere”» della musica sacra, secondo Luigi Garbini. Occorre una chiave di lettura che dischiuda
insights illuminanti, una spiazzante la propone Franco
Ardusso: «L’uomo è depositario di una fede originaria che precede tutte le scelte esplicite e le rende possibili. […] Prima dell’angoscia e dello scetticismo c’è la fede», spiega il teologo torinese scomparso pochi anni fa.
Che senso dare altrimenti all’ordinazione sacerdotale del 1895 del figlio dell’organista Giuseppe, promettente allievo dei Conservatori di Roma e Milano, perfezionatosi a Regensburg nel 1893 con Franz Xaver Haberl, maestro di cappella a Venezia
in San Marco (il posto di Monteverdi, si parva licet)? Un eccesso di quella “cretineria”
che la matematica impertinenza di Piergiorgio Odifreddi associa alla pratica della fede cristiana? In effetti, se solo Lorenzo avesse proseguito
gli studi musicali, perfezionando,
per esempio, la tecnica dell’orchestrazione… Che rammarico: un compositore
così dotato di «strano e suggestivo eclettismo» (Mila dixit), un “gregoranista” criptowagneriano, un’inventiva melodica fresca e ingenua, a tratti capace davvero di commuovere… Che perfido scherzo del destino, poi, gli otto anni persi in manicomio, dal 1915 al 1923, per un giovane
talento reduce dallo straordinario exploit internazionale del quinquennio 1898-1903…
«Se ci battiamo per la verità, la giustizia, la felicità, se soffriamo per l’ingiustizia e la falsità, se nulla riesce ad appagare pienamente
le nostre aspettative […] è perché crediamo, implicitamente,
in un senso assoluto, in un futuro assoluto, in una bontà originaria. Ciò significa che esiste dentro di noi un’apertura costitutiva verso una pienezza illimitata». La prospettiva suggerita
da Ardusso potrebbe forse aiutare, oltre eventualmente a Imparare a credere, magari anche ad ascoltare e comprendere Lorenzo Perosi.