febbraio 2010

l' editoriale


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Dimenticare la musica

CampograndeSapete, ho finalmente capito perché ai concerti di musica classica si suonano sempre gli stessi brani. Perché, cioè, da noi esiste il “repertorio”, mentre nella musica leggera una canzone sparisce nel giro di pochi anni (quando va bene). Non è perché la musica classica sia più importante, più bella, più colta, più difficile: è perché non la si riesce a ricordare. E quindi, riascoltandola, si ha la sensazione di qualcosa di sempre nuovo.
Certo, è anche una questione di interpretazione – esecutori diversi sortiscono musiche (un po’) diverse. Ma credo di aver intuito che la questione sia più profonda e abbia a che fare con la nostra impossibilità di legare l’ascolto a boe, ad ancore, ad approdi che lo conservino nel nostro cervello. E dunque chi ha buona memoria di un concerto può ricordare un frammento, il felice accoppiamento di un brano con un interprete, magari l’emozione provata, ma è difficile, credo impossibile che, a distanza di anni, qualcuno si ricordi davvero che cosa ha ascoltato. Se lo ricordi abbastanza, intendo, da diversificare quel ricordo rispetto ad altri. Ad altre esecuzioni dello stesso brano. Ad altri brani simili suonati dallo stesso interprete.
E così via. Io so che la mia memoria non è eccezionale, e ho amici che si ricordano concerti ascoltati insieme con molta più precisione. Ma so che anche loro, anche i più dotati, di un’esperienza d’ascolto serbano una memoria vaga, inafferrabile, non paragonabile – ad esempio – al modo nel quale ci si ricorda di un film, di uno spettacolo teatrale, di un libro.
È che senza immagini, senza parole, la nostra memoria non sa dove agganciarsi. Sì, lo so, esiste la memoria sonora, esistono suoni e musiche che ci possono riportare istantaneamente indietro nel tempo: ma suoni simili, parenti tra loro come potrebbero essere due Concerti di Vivaldi, ci farebbero la stessa impressione, ne sono convinto.
E dunque, diciamolo: la musica classica si ricorda solo vagamente, molto vagamente, e proprio per questo abbiamo voglia e bisogno di ascoltare e riascoltare e riascoltare ancora gli stessi brani, gli stessi interpreti: perché il momento speciale del concerto, quell’ora e mezza trascorsa sulla propria poltroncina, è meravigliosamente labile e si autodistrugge da sé.
È bello che sia così, intendiamoci. È che me ne sono accorto solo oggi, all’improvviso, e mi faceva piacere condividere questa piccola scoperta con voi.