gennaio 2010

l' editoriale


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Musica da scartare

CampograndeIl meccanismo è noto: quando un compositore entra nel Repertorio, quando il mondo degli ascoltatori decide che il Maestro è stato un Grande, tutta la sua musica, in modo automatico, va a far parte del Canone Universale di ciò che deve essere suonato. E più è passato il tempo, più le composizioni giovanili, gli abbozzi, i fogli scarabocchiati assumono valore, in modo apodittico, incontestabile. Se l’autore è un Grande, tutte le sue creazioni lo devono essere, senza dubbio, e dunque tutto ciò che porta la sua firma deve essere suonato, il più possibile, in ogni sala da concerto del pianeta.
Ora, è chiaro che anche i genii hanno avuto dei periodi di formazione e magari degli anni di rimbambimento; è ovvio che non tutte le ciambelle riescono col buco; è noto che chi ha scritto musica per guadagnarsi il pane qualche volta ha dovuto tirar via senza curare troppo i particolari. Non solo: c’è chi è stato un grande operista ma ha prodotto musica da camera insignificante; ci sono stati straordinari autori di musica per pianoforte che non avevano il dono dell’orchestrazione; e via dicendo. Eppure, se una partitura è firmata da un Grande, la si suona, la si risuona e nessuno si pone il problema di chiedersi se è bella, se ci fa piacere ascoltarla, se ha proprio così senso rubare il posto ad altri lavori per ascoltare quella.
Ci sono, va detto, i direttori artistici, che tra i loro compiti hanno quello di fungere da argine alle proposte meno interessanti; ma anche loro, poveretti, in un mondo dove quello che conta è la griffe del Grande Compositore, spesso devono assecondare i desideri di interpreti che ci tengono a proporre la rarità, o magari la prima esecuzione in tempi moderni, la novità mondiale, il ritrovamento che fa notizia. E dunque, con regolarità, ci capita di ascoltare pagine davvero secondarie, mal riuscite, minori, che non so perché mai dovremmo perder tempo a sentire.
Così mi è venuto in mente che vorrei abbonarmi a una superstagione che proponga, per contratto, solo un Canone ristretto: non tutto ciò che hanno scritto i Grandi, ma soltanto il meglio, con rigore. E poi, nei buchi lasciati vuoti, musica nuova, bellissima, scritta oggi, con la quale confrontarsi a orecchie aperte, al di là delle griffe. Sbaglierò, ma ho la sensazione che l’esperienza concertistica sarebbe ancora più bella, più forte.
Che cosa ne pensate?