di Federico Capitoni
L’unica colpa del Quarto concerto
per pianoforte e orchestra di Beethoven è di venire prima del Quinto, il cosiddetto Imperatore,
che con la sua fama ha offuscato
spesso la popolarità di un concerto portatore di novità piuttosto
importanti. Le più evidenti sono due: l’attacco affidato allo strumento solista che anticipa l’orchestra (è la prima volta nel concerto classico), e il momento finale dell’Andante, un istante riflessivo
ancora del solo pianoforte,
che sembra appartenere completamente
a una dimensione altra, non più solo proiettata, ma proprio ben piantata nel Romanticismo
che verrà. E non a caso il secondo movimento ha sedotto e suggestionato diversi musicisti che ne hanno dato interpretazioni
persino mitiche e straordinarie; è il caso di Liszt che immaginò quei cinque minuti come la descrizione
di Orfeo (il pianoforte) che fronteggia le furie infernali (gli archi), a sottolineare la centralità
dello strumento a tastiera che in questo, più ancora che in altri concerti, è protagonista.
Il pianista austriaco Anton Kuerti, classe 1938, ha già più volte interpretato
dal vivo, nonché inciso,
tutti i concerti di Beethoven. È uno di quei pianisti ai quali piace lo studio di registrazione; al contrario di alcuni musicisti definibili “discofobi”, ha infatti un numero impressionante di incisioni, soprattutto del repertorio
classico-romantico tedesco (Beethoven, Brahms, Schumann in particolare). È un pianista tanto misurato e attento quanto parlatore a volte spericolato. Ha attratto sovente l’attenzione su di sé per via di alcune provocazioni,
come nel caso di una sua frase riguardo una certa idiosincrasia
per la filologia: «Preferirei
essere operato con strumenti chirurgici del XVIII secolo piuttosto
che suonare uno strumento
musicale del XVIII secolo». Pacifista convinto, Kuerti (che è di origini ebraiche e ha oramai la cittadinanza canadese) dichiarò a gennaio del 2008, in riferimento
all’invasione della striscia di Gaza da parte degli israeliani: «Il comportamento degli israeliani mi fa vergognare di essere ebreo, il supporto servile del Canada agli Stati Uniti mi fa vergognare di essere canadese». Ma, al di là delle sue idee politiche, essendo anche didatta stimato, Kuerti si distingue per le interpretazioni impeccabili e difficilmente discusse.
Di certo è uno tra i più celebrati interpreti di Beethoven, e non solo dalla critica; è sempre presente ai primi posti, nell’esecuzione
di quel repertorio, anche
nelle classifiche stilate sui siti web dagli amanti del pianoforte.
In Italia però capita poco di frequente, ragione per cui questa esibizione èn’occasione ancor più ghiotta per fare la sua conoscenza
dal vivo.
Il Concerto n. 4 è inserito in un programma tutto beethoveniano − che prevede anche l’Ouverture da Le Creature di Prometeo e la Sinfonia n. 4 − costituito da composizioni
di diverso orientamento
ma piuttosto vicine nel tempo (scritte tra il 1801 e il 1806) con la direzione da Iván Fischer alla testa della sua Budapest Festival Orchestra (da lui fondata ventotto
anni fa). Lingotto Musica si avvale per la quarta volta della grande bacchetta ungherese che anche nelle occasioni precedenti
aveva scelto solisti eccezionali:
Zoltán Kocsis nel 1995, Alexander Toradze nel 2003 e Leonidas Kavakos nel 2007. E anche questa volta, con Anton Kuerti alle prese con il prediletto Beethoven, nessuna aspettativa sarà disattesa.