Intervista
di Alessio Tonietti
C’è un velo di fragile poesia che dopo i vent’anni
sparisce subito. Lo senti nelle parole dei musicisti
come in quelle degli altri. Si può allora essere presi dal timore che il mondo della musica, spesso tutt’altro che affettuoso e accogliente, possa bruciare
i delicati sentimenti degli artisti più giovani. Fortunatamente, il mondo in cui è cresciuta Miriam Prandi, precocissimo talento del violoncello e del pianoforte, non è spietato come si può temere: «Sono cresciuta in una famiglia dove la musica era una presenza quotidiana. Mio padre, insegnante al Conservatorio di Mantova, mi ha iniziata allo studio
del pianoforte impegnandosi in prima persona perché nessuno voleva assumersi la responsabilità di insegnare a una talentuosa bambina (così dicono)
di cinque anni. Fedele al suo ideale di arte che racchiude in sé una forte valenza educativa e ben lontano dall’idea di crescere una bambina prodigio, ha inoltre incoraggiato la mia curiosità verso il violoncello,
che ho studiato sotto la sapiente guida di Marianne Chen».
All’età di 19 anni, Miriam Prandi riesce a portare avanti la propria carriera con entrambi gli strumenti.
Memorabile a questo proposito il concerto tenutosi
ad Asolo durante gli Incontri Internazionali del 2004, nel quale si è esibita con entrambi gli strumenti.
«Presentarsi con due strumenti offre l’opportunità di ideare programmi bellissimi e vari. In futuro mi piacerebbe
sfruttare questa possibilità con intenti didattici
e divulgativi, a fronte della necessità di attirare la curiosità del pubblico nelle sale da concerto».
È cambiata in qualche modo la sua esperienza con la musica da quando, in tenerissima età, la televisione
tedesca la riprendeva mentre suonava il pianoforte?
«La musica in passato rappresentava il mondo della fantasia, del gioco liberatorio, al di là della necessità (un po’ mal sopportata) di acquisire consapevolezza del mio corpo e della componente razionale. Allora,
come oggi, far musica per me vuol dire anche avventurarsi nel territorio della conoscenza, delle emozioni sempre più profonde e indicibili che fanno
vibrare il nostro animo in simpatia con quello dei grandi compositori».
Al di là dei numerosi riconoscimenti − nel 2004 si è imposta al Concorso «Geminiani» e nel 2007 le è stato consegnato il Premio «Muzio Clementi» − la scelta di portare avanti i due strumenti significa che sta ancora cercando la sua vera “voce” artistica, oppure entrambi gli strumenti rimarranno protagonisti
della sua vita musicale?
«Interpretare un brano al violoncello è come osservare
il mondo dall’altezza di un fiore, ogni particolare
diventa importante. L’approccio che suggerisce il pianoforte è invece una visione dall’alto, d’insieme.
È facile per un musicista sentire più vicino lo strumento a corda perché permette un’espressione più immediata, personale, intima rispetto ai limiti di una tastiera. Ma le grandi pagine pianistiche spesso ti fanno dimenticare questi limiti».
Preceduti da un’immortale Suite per violoncello di Bach, il suo programma propone la Sonata di Hindemith
e la Suite di Cassadò, una composizione che attinge al folk spagnolo, sicuramente non familiare al grande pubblico. Esiste un fil rouge che unisce le opere che ha scelto?
«Nelle sue Suite Bach si ispira alle danze barocche francesi e tedesche. Con Cassadò il panorama si amplia
ulteriormente, avvalendosi dei ritmi spagnoli. Tra essi, in particolare, viene utilizzata la “sardana”, una danza seicentesca di origine greco-catalana. Trovo che questa composizione, piuttosto apprezzata
dagli esecutori e peraltro difficile, sia estremamente
variopinta e vivace e che si inserisca bene nel mio programma, creando un effetto contrastante con la Sonata di Hindemith».