marzo 2010

teatroregiotorino


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Pensavo fosse Bach
Brunello e Capossela in versione multimediale

di Fabrizio Festa

Mario BrunelloAl centro della scena un cubo. Il più semplice di quei solidi platonici che rappresentano geometricamente la bellezza dell’armonia sonora e cosmica. Il cubo al quale Platone associa l’elemento terra: la sua forma lo rende, infatti, il più immobile ma anche il più plasmabile dei corpi. Il cubo nel quale Marsilio Ficino, molti secoli più tardi, riconoscerà il nesso col senso, musicalissimo, del tatto. D’altronde, in scena c’è un cubo di tulle: materiale tattile ma evanescente; solido, ma a suo modo appunto plasmabile.
Il richiamo a Platone diviene, poi, ineludibile allorquando si scopre che l’elemento musicale, che animerà quel cubo di tulle, è costituito dalle partiture di Johann Sebastian Bach: due delle celebri Suite per violoncello. La Quarta e la Quinta sono quelle scelte da Mario Brunello – che vedremo proprio chiuso all’interno di quel cubo − per la sua nuova produzione multimediale: videoproiezioni con la partecipazione di Vinicio Capossela, live electronics, suoni analogici (quelli del violoncello di Brunello) che si combinano con suoni registrati (come quelli di un pianoforte nell’esecuzione della versione armonizzata da Schumann della Sarabanda dalla Quinta suite di Bach) e campioni digitali.
E la musica di un compositore dei giorni nostri, Alexander Kneifel (russo, classe 1943, due pagine per 2 violoncelli e 2 voci – anche queste registrate – dal suo Lux Aeterna), che s’incrocia con quella del musicista di Eisenach.
Tutto questo è in estrema sintesi Pensavo fosse Bach. La polifonia bachiana – già esaltata dall’analogia geometrica del cubo al centro della scena – viene ancor più marcata, del resto, dal gioco delle proiezioni. Quasi in una sorta di canone visivo a più parti, l’immagine di Mario Brunello si sdoppia e si triplica, dialogando col violoncellista in carne e ossa chiuso nel suo cubo. Giochi di avatar, che finiscono per evocare quasi naturalmente (la naturalezza complice e ludica del digitale alla quale ormai ci siamo spontaneamente assuefatti e che però non finisce mai di destare altrettanto spontanea meraviglia) quel Capossela che in scena c’è solo come proiezione. È lui a far da “guida” allo spettatore. Nel corso dell’ora e mezza circa dello spettacolo, Capossela parla a chi vede e ascolta. Le sue parole conducono il pubblico a meravigliarsi del proteiforme genio bachiano, la cui opera – possiamo ben dire caso unico nella storia della musica – continua a suggerire letture le più diverse; la cui opera – caso unico nella storia della musica – può essere ammirata da infinite angolazioni e fugge, sempre nuova, sempre sorprendente, lungo infinite prospettive.




lunedì 22 marzo
Teatro Regio
ore 20.30
I Concerti 2009-2010

PENSAVO FOSSE BACH

con Mario Brunello
e la partecipazione
nei video
di Vinicio Capossela
Idea e progetto
di Saul Beretta
e Mario Brunello
Regia di
Francesco Frongia