Ravel entra nella classe di composizione
di Fauré nel gennaio del 1898. Nel suo curriculum non ci sono (e non ci saranno) premi e medaglie importanti,
e non si palesa neppure come un allievo
particolarmente geniale. Ma legge Poe e Mallarmé, e conosce la musica di Satie. Insomma, Fauré intuisce in lui quel senso della modernità che questo programma a suo modo esalta. Una modernità che tesse la sua trama sonora nell’intreccio con la letteratura, la danza,
il teatro e soprattutto la geografia, rievocando peraltro il tema classico del viaggio. Naturalmente quest’ultima è a volte “verista”, come negli Interludi marini che Britten trasse dal suo Peter Grimes, a volte immaginaria, come nel celebre Boléro.
È quasi diaristica negli scali navali di Ibert (ancora il mare, il Mediterraneo
di Palermo e di Tunisi, e ancora
la Spagna, quella di Valencia).
Infine si fa fantastica nell’attraversare
la foresta
di simboli del Pelléas et Mélisande,
che in certo
senso, proprio nell’esaltazione del simbolo, racchiude
il segreto di quella modernità.
(f.f.)