di Simone Solinas
Schumann e Brahms come Bregovič? La presenza della tradizione gitana nella musica europea conosce tempi, modi e risultati molto diversi, ma costituisce comunque un riferimento di successo nell’Ottocento come ai giorni nostri. Riferimento a una cultura variegata,
di origini molto remote (l’India settentrionale)
e, dal Medioevo, diffusa in più parti dell’Europa, non solo in quella centro-orientale e iberica. “Gitani” o “tzigani” o anche “rom”, e subito viene in mente quanto stridano l’attrazione per la loro musica da una parte e la diffusa diffidenza nei confronti delle popolazioni
dall’altra, come si è verificato più volte nella storia, anche recente…
Il programma di questo concerto si apre e chiude con un riferimento esplicito a quel mondo: gli undici Zigeunerlieder
(Canti gitani) di Brahms, tratti da canti popolari
ungheresi tradotti da Hugo Conrat, e Zigeunerleben
(Vita da gitano) di Schumann, ultimo dei tre Lieder op. 29 sui versi di Emanuel von Geibel. In quest’ultimo caso il richiamo alla vita nomade dei gitani, ascrivibile al generale interesse romantico verso un’esistenza immersa
nella natura (in una società all’opposto sempre più borghese e cittadina), si sviluppa più che sul piano musicale su quello verbale, costruito sugli stereotipi di una vita libera e romanzescamente selvaggia, con danzatrici
intorno al fuoco, suonatori e contastorie. Quasi mezzo secolo dopo (siamo nel 1887), Brahms, che tanto seguito aveva riscosso con le sue Danze ungheresi,
tratta il tema dell’amore romantico senza “cadere”
nei luoghi comuni, utilizzando semmai inflessioni ritmiche e melodiche tipiche della tradizione tzigana nella sua musica.
Costruire” su materiale preesistente era un’arte che Brahms, il più rigoroso dei romantici, padroneggiava con assoluta maestria; d’altra parte nel suo catalogo si trovano molte composizioni elaborate a partire da temi popolari o di altri compositori:
fra queste le Variazioni Haydn, tratte dal tema Corale
di Sant’Antonio (in origine forse un canto di pellegrinaggio
popolare) utilizzato dal viennese nel Divertimento Hob. II n. 46. Dopo aver scritto
le Variazioni Haydn per orchestra,
Brahms ne trasse una versione per due pianoforti, considerata non un adattamento
ma una vera e propria “versione parallela”, oggi di raro ascolto.