settembre 2010

l' editoriale


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L’interpretazione, i giovani e gli anziani

CampograndeSi cresce, si matura, si invecchia e, tra le cose che mutano, c’è la percezione del tempo. Da bambini se ne ha all’infinito, e si pretende – giustamente – che sia riempito di bellezza.
Poi diminuisce quello a disposizione, ma soprattutto diminuisce la quota in cui prevale il bello. La vita si complica, i problemi aumentano, e i momenti di felicità, di bellezza, di poesia si riducono, sino a poterli identificare con precisione: una giornata scorre, con tutti i suoi ammennicoli, e se al suo interno ci sono istanti di bellezza, di emozione, istanti di piacere, ce ne accorgiamo subito, li riconosciamo, li annotiamo su un quaderno a parte.
La bellezza è qualcosa che cerchiamo quando entriamo in una sala da concerto. Possiamo trovarle molti nomi, possiamo chiamarla verità, brivido, illuminazione, ma alla fine si tratta di una sensazione che inseguiamo, che speriamo di incontrare. Ce la preparano i compositori, ce la offrono gli interpreti, e ogni volta ci auguriamo che la loro bellezza sia anche la nostra, che scatti nel nostro cuore la magia che ci fa dire: che bello!
Ora, questo sentimento, questo senso di pienezza, ha a che fare con la nostra età, e molto, direi, con la percezione del tempo. A un ascoltatore anziano possono bastare pochi attimi di folgorazione: li saprà cogliere, godere, identificare. A un bambino, immerso in un mondo già carico di bellezza, occorrono più stimoli, occorre che la bellezza in un concerto sia ripetuta, sia prolungata. E dunque mi è venuto da pensare che forse esistono interpretazioni adatte ad ascoltatori di sei anni, altre per platee di quarantenni, altre ancora per appassionati settantenni; mi è venuto in mente che lo stesso brano può essere suonato in modo diverso non soltanto per seguire l’estro o la personalità dell’interprete ma anche per andare incontro alla diversa percezione delle diverse categorie di ascoltatori.
Che, ad esempio, l’indole trasgressiva e pop di un pianista come Lang Lang colpisca i giovani e la raffinata austerità di un suo collega come Sokolov sia gradito ai più anziani proprio perché il loro modo di percepire il tempo è diverso, e diverse sono dunque le modalità con le quali affrontano uno stesso brano.
Di più: ho il sospetto che uno stesso interprete potrebbe cambiare il suo modo di proporre un brano a seconda del pubblico che si trova di fronte, modulando l’esecuzione in funzione dell’età di chi ascolta.
Forse accade, spontaneamente, e io non me ne sono mai accorto.
Di certo a Torino, ora che la programmazione del Teatro Vittoria viene consacrata ai giovani, si creerà un laboratorio naturale nel quale sperimentare diversi modi per fare arrivare la bellezza ai bambini e ai ragazzi. Teniamolo d’occhio insieme, se vi va; sarà interessante, tra qualche mese, incrociare le nostre impressioni.