Rigore e leggerezza: un caleidoscopio di emozioni con i 12 violoncelli dei Berliner

Più che un ensemble ormai sono un mito, un marchio di fabbrica, una di quelle alchimie irripetibili che il tempo sembra incapace di scalfire o anche solo di imbrunire. E quando ritornano a Torino (perché a Torino ritornano con una certa frequenza) le loro esibizioni sono quanto di più distante dalla rassicurante liturgia del già sentito. Ogni nuovo passaggio porta sempre qualche elemento di novità che val la pena scoprire.
arliamo dei 12 violoncelli dei Berliner Philharmoniker, ambasciatori di un’idea musicale la cui notorietà va ormai ben oltre la cerchia degli appassionati di classica. Domenica 24 febbraio (Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto, ore 20.30) l’orchestra dei 12 – già perché di questo si tratta: appunto di un’orchestra nell’orchestra – sarà protagonista di un concerto per la stagione Lingotto Musica.
E basta dare un’occhiata al programma per capire quanto varia e caleidoscopica sia la traiettoria musicale dell’ensemble. Volendo trovare dei colori dominanti, sarebbero le tinte accese dei cieli tropicali, tanto più sorprendenti se accostate a quel rigore teutonico che ci si aspetterebbe da un gruppo di questa natura. Ma si sa che l’ossimoro (in realtà solo apparente) è, fin dalla fondazione che risale ormai quasi cinquant’anni fa, uno degli elementi su cui i 12 violoncelli dei Berliner hanno costruito la loro fama: rigore e leggerezza, profondità e ironia, contrappunto e lirismo. E a livello più macroscopico, classica e jazz.
Ma dicevamo che a dominare saranno i toni caldi e accesi: Piazzolla su tutti, con la Trilogia del angel e i due brani Soledad e Decarisimo. Corroborano il clima sonoro “latino” la Milonguita di Pasquale Stefano, i brani Para Osvaldo Tarantino e Die 12 in Bossa-Nova, scritti da due maestri che hanno anche lavorato a moltissimi degli arrangiamenti per l’ensemble: Wilhelm Kaiser-Lindemann e José Carli.
A proposito di musica appositamente scritta per i 12, spiccano le tre “chicche” composte da Boris Blacher ed eseguite per la prima volta a Tokio, nel 1973, dal gruppo praticamente neonato: Blues, Espagnola, Rumba philarmonica (anche qui, quanto a “colori caldi” non si scherza).
A contrappuntare questa passeggiata “latina” saranno brani dal sapore più marcatamente classico, come la Suite di David Funck, nelle sue rigorose architetture barocche, Lasst mich allein op. 82 n. 1 di Dvořák (nell’arrangiamento di David Riniker) e il celeberrimo Valzer n. 2 di Šostakovič, anch’esso arrangiato da Riniker per l’ensemble.
Che si tratti di barocco, di Novecento, di bossa-nova o di qualche strizzata d’occhio al jazz, un dato è comunque acquisito: quell’impasto sonoro ineguagliabile, capace di sfruttare al massimo l’ampiezza di registro e il calore sonoro che solo i violoncelli possono sprigionare. Il tutto, naturalmente, con la qualità tecnica e musicale maturata in una tra le orchestre più prestigiose e acclamate al mondo.
Non sarà un caso se i 12 dei Berliner Philharmoniker sanno far parlare di sé in tutto il mondo: nella loro città (di cui sono ambasciatori) come nelle sale da concerto d’oltre oceano, arrampicati a due passi dal cielo, con vista mozzafiato sulle Dolomiti (è accaduto nel luglio 2017) come nel palazzo imperiale giapponese (dove l’ensemble è praticamente “di casa”). E anche la prossima tappa torinese sarà, c’è da scommetterci, un trionfo.

Lorenzo Montanaro