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dicembre 2000
unione musicale
Vacchi: la bellezza di ascoltare
di Nicola Campogrande

Fabio Vacchi

 

Gli osservatori più smaliziati lo sanno: in Italia esiste un solo compositore, un solo Maestro riconosciuto dalla nazione, un solo portabandiera. È Luciano Berio, naturalmente. Intorno lavora una ricca selva di altri autori, anche bravi, magari molto bravi. Ma nessuno, per il momento, "esiste" nell'immaginario collettivo.
Fabio Vacchi, oggi, potrebbe essere l'unico sul quale scommettere, l'unico che, a cinquantun'anni, ha individuato un linguaggio capace di parlare a molti. Perché la sua musica affascina il pubblico di abbonati di una qualunque stagione di concerti come i più esoterici musicologi; è gustosa da suonare per gli esecutori che le si avvicinano ma sopporta agevolmente le acrobazie dei critici sciocchi. In più la musica di Vacchi sembra facile da smontare ma è difficile da spiegare e questo, come sempre, costringe all'ammirazione. Giustamente consapevole di sé, Vacchi ha condotto una esplicita battaglia estetica per ricavarsi un proprio spazio: la collocazione era tra l'avanguardia - della quale si considera comunque "parte integrante e derivazione" - e i neoromantici, che per un certo periodo sono stati gli unici in Italia a scrivere musica capace di recuperare un qualche rapporto con gli ascoltatori. Vacchi si è posto come outsider, ricordando in modo inedito il valore della bellezza in musica: "La bellezza non è qualcosa di statico e di fine a se stesso. La bellezza ci riguarda perché ci permette di vivere.
La bellezza muove l'amore e l'arte
. Dovrà muovere anche l'impegno politico e sociale. Proviamo a stare, come è successo a me, per molto tempo in un ospedale, e capiremo che gli aspetti della disuguaglianza invadono e riguardano tutti gli aspetti della vita. Arte e scienza hanno la loro diretta responsabilità verso le forme di emarginazione. Alla musica non spetta il compito di fare dichiarazioni, ma quello di rivitalizzare la bellezza. Perché la bellezza, se ci pensiamo bene, riguarda tutti". Una bellezza ragionata ma vitale, artistica ma politica, è stata dunque per Vacchi il fondamento sul quale costruire la propria musica; e così, a osservarlo con attenzione, quello che potrebbe sembrare solo un raffinato estetismo, finalmente eufonico e piacevole, diventa un gesto che recupera una funzione sociale, intellettuale e gioiosa al mestiere del compositore. Perché "non è vero che il pubblico si muove verso l'arte solo se questa è in grado di comunicare - spiega. - Il pensiero filosofico e metodologico dell'avanguardia, in questo senso, aveva ragione, poiché intervengono molti altri fattori. È la motivazione, la voglia di capire, il desiderio di riflettere e di crescere che possono avvicinarci a linguaggi complessi. Ma è anche vero che si è chiesto al pubblico di dimenticare la ricchezza del linguaggio sonoro, la sua ambiguità e plurivalenza, insieme a quelle sfumature minime nelle quali si nasconde la vera modernità. L'avanguardia ha troppo spesso sottovalutato la complessità del nostro sistema percettivo". Lui sa bene come attivarlo e, quando ti racconta qualche cosa del Wanderer-Sextett composto per i Solisti della Mahler Chamber Orchestra, ritrovi il gusto "sano" del comporre, del conoscere la storia per rispettarla con affetto: "Questa del viaggiare e del viandante è una delle immagini ricorrenti nel mio lavoro. Corrisponde probabilmente a una mia incessante pulsione centrifuga, quella che mi ha portato a elaborare uno stile che persino i detrattori definiscono originale. Non ci sono riferimenti o legami espliciti, come citazioni più o meno dirette né somiglianze stilistiche con il Wanderer romantico, anche se un certo lirismo cantabile o certo contrappuntismo espressivo si possono far risalire a Schubert e Schumann. Penso che il tono che caratterizza in generale tutte le idee musicali ispirate da questo che definirei un archetipo della nostra cultura, il viandante, sia quello del pathos che nasce dalla nostalgia di una meta utopica".


Aimez-vous Ludwig?
Il sesto appuntamento con l'integrale pianistica beethoveniana di Andrea Lucchesini avrà luogo il 6 dicembre al Conservatorio per la serie blu dell'Unione Musicale. Il libero raggruppamento delle sonate all'interno di ciascun concerto, che ha contraddistinto questa integrale, si ripropone anche in questa occasione: dalla amabilissima Sonata in fa maggiore op. 10 n. 2 si arriva, attraverso il virtuosismo della Sonata in do maggiore op. 2 n. 3, alla Sonata in mi bemolle maggiore op. 31 n. 3, foriera della "nuova via" beethoveniana; per concludere, il dolore metafisico della Sonata in la bemolle maggiore op. 110.

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La Mahler Chamber Orchestra, fondata nel 1997 da Claudio Abbado, è formata attualmente da 50 giovani strumentisti provenienti da tutta Europa e vanta al proprio interno, come le grandi orchestre tedesche, complessi cameristici impegnati in tournée concertistiche autonome. Così come accade per il complesso orchestrale, i Solisti sono impegnati nello studio di un ampio repertorio e pertanto la formazione non è stabile, ma, sempre avvalendosi delle prime parti, varia a seconda del programma e non esclude la collaborazione con artisti ospiti come è accaduto con Andrea Lucchesini, Thomas Demenga, Fabrice Pierre. Il sestetto, che il 13 dicembre si esibirà al Conservatorio per la serie gialla dell'Unione Musicale, è capitanato da un torinese, Antonello Manacorda (il suo violino è un Maggini del XVII secolo, per gentile concessione di Nicola Costa), vincitore di premi internazionali sia come solista sia in formazioni cameristiche e già violino di spalla di Claudio Abbado nella Gustav Mahler Jugend Orchester. In programma musiche di Vacchi, Mozart e Tcajkovskij.