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Gli
osservatori più smaliziati lo sanno: in Italia esiste un solo compositore,
un solo Maestro riconosciuto dalla nazione, un solo portabandiera.
È Luciano Berio, naturalmente. Intorno lavora una ricca selva
di altri autori, anche bravi, magari molto bravi. Ma nessuno, per
il momento, "esiste" nell'immaginario collettivo.
Fabio Vacchi, oggi, potrebbe essere l'unico sul quale scommettere,
l'unico che, a cinquantun'anni, ha individuato un linguaggio capace
di parlare a molti. Perché la sua musica affascina il pubblico di
abbonati di una qualunque stagione di concerti come i più esoterici
musicologi; è gustosa da suonare per gli esecutori che le si avvicinano
ma sopporta agevolmente le acrobazie dei critici sciocchi. In più
la musica di Vacchi sembra facile da smontare ma è difficile da
spiegare e questo, come sempre, costringe all'ammirazione. Giustamente
consapevole di sé, Vacchi ha condotto una esplicita battaglia estetica
per ricavarsi un proprio spazio: la collocazione era tra l'avanguardia
- della quale si considera comunque "parte integrante e derivazione"
- e i neoromantici, che per un certo periodo sono stati gli
unici in Italia a scrivere musica capace di recuperare un qualche
rapporto con gli ascoltatori. Vacchi si è posto come outsider, ricordando
in modo inedito il valore della bellezza in musica: "La bellezza
non è qualcosa di statico e di fine a se stesso. La bellezza ci
riguarda perché ci permette di vivere.
La bellezza muove l'amore e l'arte. Dovrà muovere anche l'impegno
politico e sociale. Proviamo a stare, come è successo a me, per
molto tempo in un ospedale, e capiremo che gli aspetti della disuguaglianza
invadono e riguardano tutti gli aspetti della vita. Arte e scienza
hanno la loro diretta responsabilità verso le forme di emarginazione.
Alla musica non spetta il compito di fare dichiarazioni, ma quello
di rivitalizzare la bellezza. Perché la bellezza, se ci pensiamo
bene, riguarda tutti". Una bellezza ragionata ma vitale, artistica
ma politica, è stata dunque per Vacchi il fondamento sul quale costruire
la propria musica; e così, a osservarlo con attenzione, quello che
potrebbe sembrare solo un raffinato estetismo, finalmente eufonico
e piacevole, diventa un gesto che recupera una funzione sociale,
intellettuale e gioiosa al mestiere del compositore. Perché "non
è vero che il pubblico si muove verso l'arte solo se questa è in
grado di comunicare - spiega. - Il pensiero filosofico e metodologico
dell'avanguardia, in questo senso, aveva ragione, poiché intervengono
molti altri fattori. È la motivazione, la voglia di capire, il desiderio
di riflettere e di crescere che possono avvicinarci a linguaggi
complessi. Ma è anche vero che si è chiesto al pubblico di dimenticare
la ricchezza del linguaggio sonoro, la sua ambiguità e plurivalenza,
insieme a quelle sfumature minime nelle quali si nasconde la vera
modernità. L'avanguardia ha troppo spesso sottovalutato la complessità
del nostro sistema percettivo". Lui sa bene come attivarlo e, quando
ti racconta qualche cosa del Wanderer-Sextett composto per
i Solisti della Mahler Chamber Orchestra, ritrovi il gusto
"sano" del comporre, del conoscere la storia per rispettarla con
affetto: "Questa del viaggiare e del viandante è una delle immagini
ricorrenti nel mio lavoro. Corrisponde probabilmente a una mia incessante
pulsione centrifuga, quella che mi ha portato a elaborare uno stile
che persino i detrattori definiscono originale. Non ci sono riferimenti
o legami espliciti, come citazioni più o meno dirette né somiglianze
stilistiche con il Wanderer romantico, anche se un certo lirismo
cantabile o certo contrappuntismo espressivo si possono far risalire
a Schubert e Schumann. Penso che il tono che caratterizza
in generale tutte le idee musicali ispirate da questo che definirei
un archetipo della nostra cultura, il viandante, sia quello del
pathos che nasce dalla nostalgia di una meta utopica".
Aimez-vous
Ludwig?
Il sesto appuntamento con l'integrale pianistica beethoveniana di
Andrea Lucchesini avrà luogo il 6 dicembre al Conservatorio
per la serie blu dell'Unione Musicale. Il libero raggruppamento
delle sonate all'interno di ciascun concerto, che ha contraddistinto
questa integrale, si ripropone anche in questa occasione: dalla
amabilissima Sonata in fa maggiore op. 10 n. 2 si arriva, attraverso
il virtuosismo della Sonata in do maggiore op. 2 n. 3, alla Sonata
in mi bemolle maggiore op. 31 n. 3, foriera della "nuova via" beethoveniana;
per concludere, il dolore metafisico della Sonata in la bemolle
maggiore op. 110.
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IN MUSICA |
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Un
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Fabio
Vacchi: il catalogo delle opere |
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| CALENDARIO
SETTIMANALE |
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1
/9 dicembre |
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10
/16 dicembre |
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17
/23 dicembre |
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24/31
dicembre |
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| La
Mahler Chamber Orchestra, fondata nel 1997 da Claudio
Abbado, è formata attualmente da 50 giovani strumentisti provenienti
da tutta Europa e vanta al proprio interno, come le grandi orchestre
tedesche, complessi cameristici impegnati in tournée concertistiche
autonome. Così come accade per il complesso orchestrale, i Solisti
sono impegnati nello studio di un ampio repertorio e pertanto la formazione
non è stabile, ma, sempre avvalendosi delle prime parti, varia a seconda
del programma e non esclude la collaborazione con artisti ospiti come
è accaduto con Andrea Lucchesini,
Thomas Demenga, Fabrice Pierre.
Il sestetto, che il 13 dicembre si esibirà al Conservatorio per la
serie gialla dell'Unione Musicale, è capitanato da un torinese, Antonello
Manacorda (il suo violino è un Maggini del XVII secolo, per gentile
concessione di Nicola Costa), vincitore di premi internazionali sia
come solista sia in formazioni cameristiche e già violino di spalla
di Claudio Abbado nella Gustav Mahler Jugend Orchester. In programma
musiche di Vacchi, Mozart e Tcajkovskij. |