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C'è
un momento ricorrente nel tessuto linguistico delle opere rossiniane,
una specie di firma del compositore. In un pezzo chiuso, nei pressi
della conclusione, quando sembra che idee nuove non ce ne siano più,
il canto si incaglia in un tira e molla melodico e armonico, i personaggi
incappano nel congegno che li obbliga a ripetere per almeno due volte
la stessa frase, quasi sempre virtuosistica, spericolata, bilanciata
in armonia di tonica e dominante, su ritmo ossessivo e inamidato.
Con metafora aeronautica gli americani lo chiamano holding pattern,
volo di parcheggio: il va e vieni prima di atterrare col giro cadenzale.
Martellamento delle pulsazioni, effervescenza vocale: è un momento
di nonsense musicale, il discorso non va avanti, il tempo del dramma
è strozzato. Oggi che lo studio della musica etnica ha conquistato
una vernice di nobiltà, viene da pensare a una presenza profonda,
un richiamo agli archetipi di tanta musica mediterranea. Iterazione
di frammenti uguali, ritmo maniacale, polarità armonica elementare
caratterizzano i "balli della tarantola" studiati dagli etnomusicologi,
ma anche il tango e le musiche sudamericane. Alle radici di costruzioni
semplicissime c'è lo stesso bisogno terapeutico espresso dal congegno-firma
di Rossini, solo che nelle sue opere l'iterazione ha anche
un significato drammatico, si lega all'azione: Rossini ne abusa costruendoci
un intero episodio ("Guarda Don Bartolo!", la risata impietrita di
Figaro nel finale I), o sottolinea le connessioni con l'altro strumento
linguistico prediletto, il crescendo, anch'esso caratterizzato da
frasi semplicissime, che rimbalzano fra tonica e dominante. Nei concertati
con queste formule si ottiene una virata nel surreale: la parola ripetuta
a scioglilingua, frantumata o esplosa nei vocalizzi, ha i connotati
dell'insignificanza, come in certi sonetti di Giuseppe Gioachino
Belli; in altri casi il congegno iterativo cristallizza un affetto
(alla stretta del duetto Conte-Figaro, la frase del tenore "Ecco propizia
/ che in sen mi scende"; la frase di Rosina "Ah tu solo amor, tu sei",
nel duetto con Figaro...). L'italiana in Algeri, composta per
una Milano da poco elettrizzata e risvegliata dal secolare torpore
con l'arrivo dei francesi, come vuole Stendhal nell'attacco della
Certosa di Parma, racconta di una donna intraprendente, che "rapisce"
il suo uomo prigioniero col piglio di una Sanseverina nei confronti
di Fabrizio. Invece nel Barbiere - scritto nel 1816 per la
Roma papalina dominata (a detta di Stendhal) dalla ferocia e di lì
a pochi anni anatomizzata nei sonetti del Belli (amico del librettista,
Cesare Sterbini) - si mette in scena l'assedio tradizionale, da parte
maschile nei confronti della donna murata viva in casa. La vicenda
ruota sulla dialettica dentro-chiuso, sottolineata dal libretto
in modo insistente, rispetto all'originale di Beaumarchais:
c'è tutto un gioco drammaturgico fatto di chiavistelli che girano
nella serratura, porte che si chiudono improvvisamente o alle quali
bussano i vicini di casa inviperiti, finestre inaccessibili, da cui
non si scappa. La ripetitività della sintassi musicale diventa riflesso
dell'atmosfera claustrofobica e delle manie dei personaggi. Voracità
tragica e desiderio di tenersi la "roba" (i soldi della dote e Rosina
stessa, chiusa "in sepoltura" nella stanza-cassaforte) connotano Don
Bartolo. Anche se non assume ancora i tratti sadici del Don Magnifico
di Cenerentola (altra opera scritta per il pubblico "feroce" di Roma),
nella sua aria Bartolo sommerge Rosina con una mitragliata
di sillabe, le toglie anche lo spazio per respirare ("per quella porta
/ nemmen l'aria entrar potrà") e l'accumulo di fonemi ricorda certe
tirate del tronfio Lenone dello Pseudolus plautino. Figaro segue l'ossessione
personale dell'oro, Almaviva il puntiglio e l'alterigia aristocratica,
unici moventi dell'amore per Rosina, almeno all'inizio. Costei, pupilla
smaliziata, non conosce timidezza, anche perché Rossini "prendeva
a giudici dell'aria che scriveva alle tre del mattino le donne con
le quali aveva passato la serata, e ai cui occhi un sentimento timido
e tenero sarebbe sembrato ridicolo, degno soltanto di una collegiale".
Pettegolezzo (di Stendhal), ma forse è vero che il virtuosismo di
Rosina, come per Semiramide, più che veicolo di stilizzazione e idealizzazione,
diventa mezzo per manifestare un'accesa, travolgente sensualità repressa.
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