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novembre 2000
gli argomenti del mese
Io, Chopin e il cellulare
di Lorenzo Arruga

 

Murray Perahia

 

 

Murray Perahia sta seduto timido, e se non fosse per il mite sorriso sul suo volto antico di sefardita avrei quasi paura che stesse per andar via; tanto è a disagio nel parlar di sé. Io lo credevo una star del pianismo internazionale: acclamato nelle sale da concerto più famose, ricercato dai direttori maggiori, premiatissimo nei nugoli di dischi che da tempo va registrando. Ma l'altra sera alla Scala, mentre suonava in un silenzio stupefatto e affettuoso, pareva fossimo noi a viaggiare e lui a casa sua, che ci spiegasse in confidenza chi fosse e quanto grande Chopin.

Maestro Perahia, come faceva?
"Vuole capire la mia psicologia? Non so spiegarla. So che la mia intimità è con la musica; e la musica parla all'intimo di tutti quelli che vogliono ascoltarla".
Lei ha studiato con il grande Rudolf Serkin, ha lavorato con il mitico Horowitz; il loro modo di affrontare il pubblico e di porgerci la musica non somigliava al suo...
"Certo! Si lavora coi grandi per capire, e non per imitare. Da Serkin ho imparato la passione per la musica com'è scritta, fedelmente, da Horowitz l'istintiva intuizione del colore, dell'armonia, di che cosa può dare lo strumento. Non so analizzarne il perché, ma nella musica io sento soprattutto la necessità di cantare. Tutto deve cantare, soprattutto in Chopin; il pianoforte deve dire con il canto".
Perahia alza ogni tanto le piccole mani, con educata discrezione, però se s'infervora muove un poco le dita, come stesse toccando una tastiera.
Ma da dove nasce quel suo tocco così intenso? L'altra sera, la prima nota del Notturno, il secondo dell'op. 55, un si bemolle acuto, tutto solo, non era un suono, era già un racconto.
"Non era un si bemolle solamente. Stava andando giù al re, e poi la frase risaliva, e l'armonia della mano sinistra disegnava tutta una storia di relazioni. Bisogna già dal primo tocco, dalla prima nota, avere chiaro il senso di tutta la frase. Era così, la prima nota, perché era già in viaggio. Basta pensare a questo, e il suono viene da solo".
Maestro, non bariamo. Io suono il pianoforte, amo la musica, e come intelligenza me la cavo, ma se metto giù il dito, un si bemolle non rassomiglia mica al suo.
"Forse bisogna cercare di più. Io prima di un concerto di Chopin mi suono ad esempio i suoi 24 Studi. Molti studi tecnicamente sviluppano dei muscoli che non si sa nemmeno che esistano. Vengono messi in moto per trovare il tocco giusto. E il tocco giusto viene cercato per trovare il canto, la poesia che c'è dentro".
Lei suona molto Bach e Mozart, ma il suo modo di suonare è diverso da come li eseguivano nel loro tempo; sappiamo che esistevano strumenti molto meno capaci di cantare.
"Ma la voce esisteva già, prima del pianoforte. Quella è il riferimento. Pensi a Mozart, che era soprattutto compositore d'opera...".
Lei dirige concerti. Ha mai diretto opere di Mozart?
"Una volta, sì, con dei giovani artisti, il Così fan tutte. Lavorarci dentro è meraviglioso".
Dirigerà ancora opere?
"Nooo!".
Difficile fare il pianista oggi?
"Sì. Una volta i pianisti erano anche compositori, potevano per questo capire bene quello che suonavano, strutture, connessioni. Adesso chi compone non lo fa nel linguaggio degli autori classici che esegue. Il senso della musica è la musica. Certo, ci sono le idee, le passioni anche per me, anche le più grandi: la famiglia, la moglie. C'è il pensiero sulla storia, il no alle guerre d'oppressione. C'è la vita personale. Io ho cominciato a suonare a quattro anni. In casa mia c'era mia nonna, donna orgogliosa, grande personalità. Da Salonicco venne negli Usa, ma rimase fedele alle radici. Morì a novantasette anni, giocava tutti i giorni a poker e vinceva. Controllava che studiassi il pianoforte. Qualche volta mettevo su il grammofono e andavo a giocare a baseball. Ritornavo e chiedevo: "Nonna, ho lavorato bene?". Non rispondeva, credo che capisse. C'è la natura: ecco, in quel Notturno per esempio comincio come se tornasse la primavera... con la speranza che arrivi dentro. Tutto, sempre, è presente, ma come in superficie. In profondo, c'è la concezione della musica. È quella che dà l'emozione".
Mi racconta qualche suo difetto?
"Fatico ad accettare il mondo d'oggi".
Telefonino?
"Ah, nooo!".
Un altro difetto, più grosso.
"Guardo le cose tragicamente, non vedo più l'insieme, non so ridere di me...".

Sì, è un po' agitato. Ha stretto un po' a pugno le dita. M'è parso di sentire che le stesse ricalibrando. Allora ho azzardato: forse bisognerebbe, anche nella vita... Ha capito, ha sorriso...
"Sì, dare il senso dell'insieme fin dalla prima nota".

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DA "PANORAMA" DEL 6 LUGLIO 2000