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Murray
Perahia sta seduto timido, e se non fosse per il mite sorriso sul
suo volto antico di sefardita avrei quasi paura che stesse per andar
via; tanto è a disagio nel parlar di sé. Io lo credevo
una star del pianismo internazionale: acclamato nelle sale da concerto
più famose, ricercato dai direttori maggiori, premiatissimo
nei nugoli di dischi che da tempo va registrando. Ma l'altra sera
alla Scala, mentre suonava in un silenzio stupefatto e affettuoso,
pareva fossimo noi a viaggiare e lui a casa sua, che ci spiegasse
in confidenza chi fosse e quanto grande Chopin.
Maestro
Perahia, come faceva?
"Vuole
capire la mia psicologia? Non so spiegarla. So che la mia intimità
è con la musica; e la musica parla all'intimo di tutti quelli
che vogliono ascoltarla".
Lei
ha studiato con il grande Rudolf Serkin, ha lavorato con il mitico
Horowitz; il loro modo di affrontare il pubblico e di porgerci la
musica non somigliava al suo...
"Certo!
Si lavora coi grandi per capire, e non per imitare. Da Serkin ho
imparato la passione per la musica com'è scritta, fedelmente,
da Horowitz l'istintiva intuizione del colore, dell'armonia, di
che cosa può dare lo strumento. Non so analizzarne il perché,
ma nella musica io sento soprattutto la necessità di cantare.
Tutto deve cantare, soprattutto in Chopin; il pianoforte deve dire
con il canto".
Perahia
alza ogni tanto le piccole mani, con educata discrezione, però
se s'infervora muove un poco le dita, come stesse toccando una tastiera.
Ma
da dove nasce quel suo tocco così intenso? L'altra sera,
la prima nota del Notturno, il secondo dell'op. 55, un si bemolle
acuto, tutto solo, non era un suono, era già un racconto.
"Non
era un si bemolle solamente. Stava andando giù al re, e poi
la frase risaliva, e l'armonia della mano sinistra disegnava tutta
una storia di relazioni. Bisogna già dal primo tocco, dalla
prima nota, avere chiaro il senso di tutta la frase. Era così,
la prima nota, perché era già in viaggio. Basta pensare
a questo, e il suono viene da solo".
Maestro,
non bariamo. Io suono il pianoforte, amo la musica, e come intelligenza
me la cavo, ma se metto giù il dito, un si bemolle non rassomiglia
mica al suo.
"Forse
bisogna cercare di più. Io prima di un concerto di Chopin
mi suono ad esempio i suoi 24 Studi. Molti studi tecnicamente sviluppano
dei muscoli che non si sa nemmeno che esistano. Vengono messi in
moto per trovare il tocco giusto. E il tocco giusto viene cercato
per trovare il canto, la poesia che c'è dentro".
Lei
suona molto Bach e Mozart, ma il suo modo di suonare è diverso
da come li eseguivano nel loro tempo; sappiamo che esistevano strumenti
molto meno capaci di cantare.
"Ma
la voce esisteva già, prima del pianoforte. Quella è
il riferimento. Pensi a Mozart, che era soprattutto compositore
d'opera...".
Lei
dirige concerti. Ha mai diretto opere di Mozart?
"Una
volta, sì, con dei giovani artisti, il Così fan tutte.
Lavorarci dentro è meraviglioso".
Dirigerà
ancora opere?
"Nooo!".
Difficile
fare il pianista oggi?
"Sì.
Una volta i pianisti erano anche compositori, potevano per questo
capire bene quello che suonavano, strutture, connessioni. Adesso
chi compone non lo fa nel linguaggio degli autori classici che esegue.
Il senso della musica è la musica. Certo, ci sono le idee,
le passioni anche per me, anche le più grandi: la famiglia,
la moglie. C'è il pensiero sulla storia, il no alle guerre
d'oppressione. C'è la vita personale. Io ho cominciato a
suonare a quattro anni. In casa mia c'era mia nonna, donna orgogliosa,
grande personalità. Da Salonicco venne negli Usa, ma rimase
fedele alle radici. Morì a novantasette anni, giocava tutti
i giorni a poker e vinceva. Controllava che studiassi il pianoforte.
Qualche volta mettevo su il grammofono e andavo a giocare a baseball.
Ritornavo e chiedevo: "Nonna, ho lavorato bene?". Non
rispondeva, credo che capisse. C'è la natura: ecco, in quel
Notturno per esempio comincio come se tornasse la primavera... con
la speranza che arrivi dentro. Tutto, sempre, è presente,
ma come in superficie. In profondo, c'è la concezione della
musica. È quella che dà l'emozione".
Mi
racconta qualche suo difetto?
"Fatico
ad accettare il mondo d'oggi".
Telefonino?
"Ah,
nooo!".
Un
altro difetto, più grosso.
"Guardo
le cose tragicamente, non vedo più l'insieme, non so ridere
di me...".
Sì,
è un po' agitato. Ha stretto un po' a pugno le dita. M'è
parso di sentire che le stesse ricalibrando. Allora ho azzardato:
forse bisognerebbe, anche nella vita... Ha capito, ha sorriso...
"Sì,
dare il senso dell'insieme fin dalla prima nota".
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