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"Non
basta conoscere la musica e comprenderla, bisogna essere capaci di
consacrarle una vita. E infatti non ho mai pensato di diventare un
solista. La mia unica ambizione era quella di diventare un buon musicista,
senza nessuna particolare specializzazione". Murray Perahia è
oggi il più ammirato e richiesto pianista americano ed è
considerato uno dei più grandi pianisti viventi del suo tempo.
È nato il 19 aprile 1947 a New York, nel Bronx. Come racconta
egli stesso, proviene da una modesta famiglia di origini ebree: "I
miei genitori non erano musicisti, ma mio padre adorava la musica.
Era un semplice sarto per signora e andava spesso in fallimento".
Con lui andava al Metropolitan alle matinée del sabato fin
da quando aveva tre anni e mezzo: durante l'intervallo sostenevano
interminabili discussioni con i loro vicini sull'interpretazione,
sulle voci e poi a casa ricantavano le arie infinite volte in un italiano
molto approssimativo. Le prime lezioni di pianoforte le prese da un
vicino di casa a quattro anni, ma la sua vera insegnante è
stata Janet Haien che lo seguì fino ai diciassette anni.
"Mi ha insegnato tutto, il solfeggio, l'armonia, l'analisi.
Mi ha anche avviato alla musica da camera, alla composizione e alla
direzione d'orchestra. Veniva da noi due volte la settimana. Mio padre
la detestava cordialmente ed ella lo giudicava severamente perché
era vegetariano. Ma finivano sempre col fare pace e si compiacevano
allo stesso modo se suonavo bene".
Lasciare la Haien è stato il primo passo verso la maturazione
artistica. Dopo un anno trascorso a studiare da solo, seguono i
corsi di composizione e direzione d'orchestra al Mannes College of
Music di Manhattan e infine nel 1968 l'audizione al Festival
estivo di Marlboro.
Fondato nel 1951 da Adolf Busch, Rudolf Serkin (che ne fu anche il
direttore artistico dal 1952 al 1991) e da Marcel, Blanche e Louis
Moyse, Marlboro - a detta degli stessi fondatori - era e continua
a essere "una vera e propria Repubblica degli uguali", dove
ciò che conta è "solo chi sa ben suonare".
Ogni estate, per sei settimane, in una fattoria rimessa a nuovo, artisti
di fama mondiale provano, insegnano, studiano, suonano fianco a fianco
in ensemble cameristici con i giovani allievi, come in una grande
famiglia musicale. "Avevo ventun anni. Ebbi l'opportunità
di suonare davanti a Rudolf Serkin e di diventare il suo assistente.
Contemporaneamente ho incontrato Pablo Casals che insegnava anche
lui a Marlboro. Gli piaceva il mio modo di suonare e mi invitò
a casa sua in Puerto Rico, dove ho trascorso due inverni a suonare
musica da camera. Sapeva essere estremamente convinto delle sue idee
e ti faceva sentire musicalmente sicuro. Dopo tanti anni avverto ancora
il suo grande entusiasmo e il suo apprezzamento. Ha esercitato una
grande influenza su di me, ma chi più di tutti mi entusiasmò
fu un pianista straordinario, Mieczislav Horszowski, con il
quale ho studiato per un anno".
Poi
l'incontro e il sodalizio con Vladimir Horowitz raccontati qualche
tempo fa da Riccardo Lenzi: "Tramite Serkin e il produttore
Thomas Frost fu chiesto al grande russo di impartirgli qualche lezione.
Quello fece lo gnorri. Passarono le settimane e il giovane Murray
trascorreva le fredde giornate invernali a esercitarsi. Una bella
sera sentì trillare il telefono. Una voce dall'accento straniero
gli chiese di parlare con Perahia. "Attenda che le vado a chiamare
mio padre". Quello, un po' nervosamente, lo riprese: "Desidero
parlare personalmente con il signor Murray Perahia, sono Mister
Horowitz" e l'altro, ingenuo, "Mister Horowitz il droghiere?",
tragico scambio di persone, aveva preso l'artista per il negoziante
dell'angolo, e il suo tono seccato per la richiesta di un pagamento
arretrato. Nonostante la gaffe, le cose fra i due andarono a meraviglia.
Tanto che fino al giorno dell'improvvisa morte del russo, il 5 novembre
del 1989, si frequentarono assiduamente".
Così sul classicismo intellettuale e rigoroso della lezione
di Serkin, della sua prima insegnante e della teoria shenkeriana
di cui erano imbevuti i maestri del Mannes, si innestano il senso
della libertà, della fantasia, della creatività horowitziana
e la scoperta del virtuosismo.
Sempre a Marlboro Perahia aveva però incontrato la persona
che avrebbe davvero cambiato la sua esistenza, l'impresario Frank
Salomon, che con sua grande incredulità si offerse come
suo agente, lo mise in contatto con alcuni direttori, lo costrinse
a studiare il repertorio classico per solista e a partecipare al
Concorso Internazionale di Leeds. Ci andò nel 1972
per fargli piacere, lo vinse in maniera strepitosa (con Nadia Boulanger
e Nikita Magaloff in giuria) e si ritrovò con quaranta concerti
solistici in Europa per quell'anno e ottanta per l'anno dopo; in
più la prima incisione con la CBS (la grande casa americana
- poi acquisita dalla Sony - di Horowitz, Serkin, Gould e così
via) con la quale firmò poco dopo un contratto in esclusiva
che prosegue tuttora. "Piansi, non ero per niente sicuro di
potercela fare. Qualcosa di enorme mi stava capitando, e non l'avevo
scelto io".
Il primo disco con la CBS, premiato con il Best Recordings of
the Year della rivista "Time" e contenente le Davidsbündlertänze
op. 6 e i Fantasiestücke op. 12 di Schumann, continua a essere
uno dei suoi dischi più belli e una delle più belle
interpretazioni schumanniane tout court della storia del disco.
Al 1973 risale il suo primo concerto al Festival di Aldeburgh
dove incontra Benjamin Britten e Peter Pears; con il primo condivide
la direzione artistica del festival dal 1981 al 1989 e con il secondo
intraprende una serie di recital liederistici sfociati in un'incisione
memorabile. "Britten e Pears sono due musicisti per i quali
ho avuto il massimo rispetto. Il modo di suonare il pianoforte di
Britten era straordinario. Abbiamo accompagnato Peter in una marea
di cicli di Schumann e Schubert. Era meravigliosamente istintivo.
Non parlammo mai molto, e quando una volta in un'intervista affermai
questo e Peter lo lesse, mi disse: "Sai, ho sempre pensato
che parlassimo tantissimo!" Ma io credo che non fosse necessario
parlare con Ben di musica - era come una seconda natura".
Gli anni Ottanta sono stati quelli della definitiva affermazione
internazionale di Perahia, gli anni dell'incisione integrale dei
concerti mozartiani con la English Chamber Orchestra, dei concerti
di Beethoven, di Mendelssohn, di Chopin, dell'amicizia con Radu
Lupu, della collaborazione con i grandi direttori, dei concerti
virtuosistici nello stile dell'Aldeburgh Recital (inciso nel 1989).
Quindi l'inaspettato e tragico incidente al pollice della mano destra
che lo costringe a due anni di forzato allontanamento dal pianoforte,
ma non dalla musica. Sono gli anni nei quali le precedenti esperienze
umane e artistiche confluiscono in un periodo di studio teorico
intensissimo che sfocia in una nuova folgorante stagione interpretativa
dedicata in particolare al repertorio barocco e soprattutto a Bach,
autore da sempre amato, ma che ha dovuto attendere a lungo per poter
essere compreso e quindi suonato in pubblico. "Sto cominciando
a capire la filosofia di Mozart - diceva in un'intervista del 1983
- ma quella di Bach tanto più mi affascina, quanto meno riesco
a trovarne la chiave di accesso: naturalmente ne avverto il sentimento
religioso, maturato, meditato, totalmente strutturato e infinitamente
sentito, ma mi chiedo che cosa dica la sua musica sull'angoscia
profonda e sull'amore, l'amore per la vita - quel duplice sentimento
che si trova negli ultimi anni di Mozart e decisamente forte in
Schubert: una profonda tristezza mista a un attaccamento alla vita.
La consapevolezza forse di che cosa siano l'amore e il destino umano.
Capire ciò richiede una vita intera".
I suoi concerti, i suoi dischi, le sue parole, hanno disegnato nel
corso del tempo i contorni di una personalità molto complessa,
come del resto accade per tutti i grandi artisti, per alcuni versi
quasi sfuggente; è stato definito di volta in volta un temperamento
romantico con una base pianistica di matrice classica, oppure il
pianista Biedermeier, quindi mozartiano per eccellenza, e ancora
il virtuoso con sentimento. "Una profondità di canto,
una gamma di sfumature e di transizioni molto rare anche fra i nomi
più illustri del concertismo. È un pianista che non
ripete mai uguale lo stesso passo quando sotto i ponti è
passata molta acqua, che discorre, s'infiamma, sogna; sbaglia perfino
qualche nota: è dunque un vero pianista, che nelle mani non
ha martelli caricati una volta per tutte, ma dita che trasmettono
gli impulsi del cervello e del cuore. Una delle sue doti più
belle è la concentrazione poetica, la capacità di
fare il vuoto, di ripartire da zero come voleva l'espressività
romantica" (Giorgio Pestelli).
Lo studio teorico, la capacità di comprensione storica e
stilistica dei compositori e delle loro opere, l'attenzione per
la concezione formale e strutturale dei brani che interpreta, la
lucidità analitica, sono stati gli ingredienti mitigatori
di un'anima sensibile e appassionata anche se non tumultuosa o drammatica,
ma delicata e affettuosa, limpida e trasparente, profondamente lirica.
Ma è forse proprio quel miracoloso equilibrio tra "ragione
e sentimento", tra istinto e razionalità, tra poesia
e compostezza la cifra inimitabile delle sue interpretazioni.
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Il
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Un
sito su Horowitz, che ha stretto un sodalizio con Perahia |
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Serkin, maestro di Perahia |
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Il
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