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Per
Salvatore Sciarrino sono tempi felici, l'Europa intera se lo coccola
e nei luoghi della cultura che contano la sua musica non manca mai.
Dopo la tournée a Londra, Colonia, New York, Anversa ed Edimburgo
del suo Recitativo oscuro per pianoforte e orchestra suonato da Maurizio
Pollini e diretto da Pierre Boulez, dopo i consensi raccolti dagli
Studi per l'intonazione del mare al Festival delle Nazioni di Città
di Castello, per Sciarrino si profila una intensa stagione all'ombra
della Tour Eiffel: sarà infatti ospite d'onore del Festival
d'automne parigino che gli dedica una ampia sezione mettendo in scena
tra l'altro il lavoro teatrale Luci mie traditrici su un testo seicentesco
di Cicognini, che dopo l'esecuzione alle Festwochen di Vienna sarà
allestito anche a Lucerna, a Bruxelles e al Lincoln Center di New
York.
Maestro,
nel panorama della musica d'avanguardia lei è stato fra i
pochissimi a dedicare una attenzione costante al teatro: continua
a credere che la forza del linguaggio sia la sua stessa capacità
di rappresentazione?
"Sì,
la mia ricerca prosegue in questa direzione. Secondo me la musica
per il teatro deve avere alcune caratteristiche fondamentali: deve
contenere una vocalità che possa esser atta alla rappresentazione.
Se non c'è stile vocale è inutile fare musica per
il teatro, ed è inutile avere voci sulla scena. Se la drammaticità
non è intrinseca alla musica è inutile "arredare"
la scena con la musica. Nella Traviata, per fare un esempio eclatante,
la drammaticità sta dentro la musica, non è necessario
l'allestimento scenico per godersela".
Recentemente
ha dichiarato che in Italia lo spazio per la musica contemporanea
è sempre più ridotto perché molti organizzatori
programmano secondo logiche commerciali e non badano ai valori estetici.
Lei non crede che il circuito tra creazione, produzione, distribuzione
e fruizione nella musica contemporanea si sia interrotto a causa
dei compositori che pretendono troppo da chi li ascolta?
"Bisogna
chiarire un punto: vogliamo che l'arte sia viva o morta? Se la vogliamo
morta continuiamo pure a imbalsamare le cose del passato, se viceversa
la vogliamo viva accettiamo una cosa fondamentale: l'arte pone dei
quesiti, non dà delle risposte, le risposte le dà
ciascuno di noi. Il problema della diffusione della musica contemporanea
in Italia è purtroppo viziato da responsabilità di
tendenza politica e dall'istinto conservatore della società.
Se si elimina ciò che la tiene sveglia - vale a dire ciò
che la mette in crisi - ovvero la presenza dell'artista, la società
non ha più senso di esistere. Gli antichi ripetevano: "È
bene che i poeti restino fuori dalle porte della città";
questo per dire che la forza critica e creativa del poeta ha sempre
dato fastidio, ma un fastidio essenziale. Non possiamo dimenticare
la funzione conoscitiva e didattica dell'arte, non possiamo limitarci
a considerarla puro intrattenimento. Da sempre l'arte pone dei problemi,
induce alla riflessione sul senso della vita e della morte. L'arte
obbliga a conoscere l'altro, il diverso da noi, è terapeutica
perché ci aiuta ad affrontare e a superare il dolore. L'arte
serve a migliorarci e combatte l'omologazione. Rincorrere l'audience
con l'arte è una barbarie. Purtroppo in Italia gli organizzatori
pensano che il pubblico sia più stupido di quello che è,
lo temono ed evitano di incontrarlo sui temi a più lunga
gittata".
Perché
ha scelto l'opera dei pupi di Mimmo Cuticchio per la sua ultima
impresa teatrale, la Terribile e spaventosa storia del principe
di Venosa e della bella Maria? È stato facile intendersi
con un artista che proviene da un mondo così diverso?
"L'idea
di fare uno spettacolo del genere è venuta a me e ad Aldo
Bennici tanti anni fa. Perché funzionasse occorreva un soggetto
adatto e io ho pensato alla storia di Gesualdo, sommo musicista,
fra i personaggi più in vista della Napoli barocca. Egli
trucidò la moglie e l'amante e l'eco del fattaccio è
durata nei secoli, divenendo popolare. L'opera dei pupi siciliani
era perfetta per rivelare tutti i risvolti eroici e miseri, patetici
e farseschi di questa storia. Pur essendo entrambi palermitani,
Mimmo e io non ci eravamo mai incontrati prima. Nel lavoro di preparazione
ci sono stati anche momenti di attesa e di confronto, perché
come tutti gli artisti veri Mimmo non è un uomo facile. Comunque
il risultato ottenuto mi sembra notevole".
Può
considerarsi questo suo lavoro un gesto d'affetto e una appropriazione
amorosa nei confronti di Gesualdo?
"Certamente.
Anche al di là del valore della musica di Gesualdo, che ha
praticamente inventato il fraseggio omofonico moderno, la sua vicenda
biografica costituisce un materiale prezioso: noi abbiamo bisogno
del momento tragico per aggregare la nostra società, che
si ricompatta nel momento in cui la furia del sangue esplode in
mezzo a noi. Ognuno di noi capisce quanto siano preziosi il bene
della vita e della società solo quando questi valori vengono
rappresentati nella loro fragilità. E dopo la tragedia possiamo
tornare a sorridere alla vita di tutti i giorni". (f.f.)
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IN MUSICA |
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Recensione
sul sito del Teatro Regio di Torino |
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La
storia di Gesualdo |
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Pupi
siciliani.com |
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L'opera
dei Pupi su Digilander |
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Salvatore
Sciarrino
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I
Fratelli Fortunato e di Mimmo Cuticchio |
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