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novembre 2000
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Sciarrino: "Contro l'omologazione"

 

Salvatore Sciarrino

 


Salvatore Sciarrino

Per Salvatore Sciarrino sono tempi felici, l'Europa intera se lo coccola e nei luoghi della cultura che contano la sua musica non manca mai. Dopo la tournée a Londra, Colonia, New York, Anversa ed Edimburgo del suo Recitativo oscuro per pianoforte e orchestra suonato da Maurizio Pollini e diretto da Pierre Boulez, dopo i consensi raccolti dagli Studi per l'intonazione del mare al Festival delle Nazioni di Città di Castello, per Sciarrino si profila una intensa stagione all'ombra della Tour Eiffel: sarà infatti ospite d'onore del Festival d'automne parigino che gli dedica una ampia sezione mettendo in scena tra l'altro il lavoro teatrale Luci mie traditrici su un testo seicentesco di Cicognini, che dopo l'esecuzione alle Festwochen di Vienna sarà allestito anche a Lucerna, a Bruxelles e al Lincoln Center di New York.

Maestro, nel panorama della musica d'avanguardia lei è stato fra i pochissimi a dedicare una attenzione costante al teatro: continua a credere che la forza del linguaggio sia la sua stessa capacità di rappresentazione?
"Sì, la mia ricerca prosegue in questa direzione. Secondo me la musica per il teatro deve avere alcune caratteristiche fondamentali: deve contenere una vocalità che possa esser atta alla rappresentazione. Se non c'è stile vocale è inutile fare musica per il teatro, ed è inutile avere voci sulla scena. Se la drammaticità non è intrinseca alla musica è inutile "arredare" la scena con la musica. Nella Traviata, per fare un esempio eclatante, la drammaticità sta dentro la musica, non è necessario l'allestimento scenico per godersela".

Recentemente ha dichiarato che in Italia lo spazio per la musica contemporanea è sempre più ridotto perché molti organizzatori programmano secondo logiche commerciali e non badano ai valori estetici. Lei non crede che il circuito tra creazione, produzione, distribuzione e fruizione nella musica contemporanea si sia interrotto a causa dei compositori che pretendono troppo da chi li ascolta?
"Bisogna chiarire un punto: vogliamo che l'arte sia viva o morta? Se la vogliamo morta continuiamo pure a imbalsamare le cose del passato, se viceversa la vogliamo viva accettiamo una cosa fondamentale: l'arte pone dei quesiti, non dà delle risposte, le risposte le dà ciascuno di noi. Il problema della diffusione della musica contemporanea in Italia è purtroppo viziato da responsabilità di tendenza politica e dall'istinto conservatore della società. Se si elimina ciò che la tiene sveglia - vale a dire ciò che la mette in crisi - ovvero la presenza dell'artista, la società non ha più senso di esistere. Gli antichi ripetevano: "È bene che i poeti restino fuori dalle porte della città"; questo per dire che la forza critica e creativa del poeta ha sempre dato fastidio, ma un fastidio essenziale. Non possiamo dimenticare la funzione conoscitiva e didattica dell'arte, non possiamo limitarci a considerarla puro intrattenimento. Da sempre l'arte pone dei problemi, induce alla riflessione sul senso della vita e della morte. L'arte obbliga a conoscere l'altro, il diverso da noi, è terapeutica perché ci aiuta ad affrontare e a superare il dolore. L'arte serve a migliorarci e combatte l'omologazione. Rincorrere l'audience con l'arte è una barbarie. Purtroppo in Italia gli organizzatori pensano che il pubblico sia più stupido di quello che è, lo temono ed evitano di incontrarlo sui temi a più lunga gittata".

Perché ha scelto l'opera dei pupi di Mimmo Cuticchio per la sua ultima impresa teatrale, la Terribile e spaventosa storia del principe di Venosa e della bella Maria? È stato facile intendersi con un artista che proviene da un mondo così diverso?
"L'idea di fare uno spettacolo del genere è venuta a me e ad Aldo Bennici tanti anni fa. Perché funzionasse occorreva un soggetto adatto e io ho pensato alla storia di Gesualdo, sommo musicista, fra i personaggi più in vista della Napoli barocca. Egli trucidò la moglie e l'amante e l'eco del fattaccio è durata nei secoli, divenendo popolare. L'opera dei pupi siciliani era perfetta per rivelare tutti i risvolti eroici e miseri, patetici e farseschi di questa storia. Pur essendo entrambi palermitani, Mimmo e io non ci eravamo mai incontrati prima. Nel lavoro di preparazione ci sono stati anche momenti di attesa e di confronto, perché come tutti gli artisti veri Mimmo non è un uomo facile. Comunque il risultato ottenuto mi sembra notevole".

Può considerarsi questo suo lavoro un gesto d'affetto e una appropriazione amorosa nei confronti di Gesualdo?
"Certamente. Anche al di là del valore della musica di Gesualdo, che ha praticamente inventato il fraseggio omofonico moderno, la sua vicenda biografica costituisce un materiale prezioso: noi abbiamo bisogno del momento tragico per aggregare la nostra società, che si ricompatta nel momento in cui la furia del sangue esplode in mezzo a noi. Ognuno di noi capisce quanto siano preziosi il bene della vita e della società solo quando questi valori vengono rappresentati nella loro fragilità. E dopo la tragedia possiamo tornare a sorridere alla vita di tutti i giorni". (f.f.)

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Terribile e spaventosa storia del principe di Venosa e della bella Maria, opera per i pupi siciliani
di Mimmo Cuticchio e Salvatore Sciarrino
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