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Lo
scorso 17 agosto si è spento a Milano il compositore Franco
Donatoni. Nato a Verona il 9 giugno 1927, studiò con Ettore
Desderi, Lino Liviabella e Ildebrando Pizzetti. Si fece notare a
partire dagli anni Cinquanta aggiudicandosi diversi concorsi internazionali.
Quindi incontrò Petrassi e Maderna, frequentò i corsi estivi di
Darmstadt e maturò uno stile personale che, tra periodi fecondi
e crisi depressive, lo rese uno degli artisti più carismatici del
panorama musicale contemporaneo. Donatoni ha formato generazioni
di compositori insegnando prima nei conservatori di Bologna, Torino
e Milano, quindi all'Accademia di Santa Cecilia di Roma, alla Chigiana
di Siena e al DAMS di Bologna. Dopo averla espressamente commissionata,
venerdì 10 e sabato 11 novembre l'Orchestra Sinfonica Nazionale
della RAI esegue in prima assoluta la sua trascrizione dei Contrappunti
8-14 dell'Arte della fuga di Bach.
Oltre
centoquaranta diverse versioni dell'Arte della fuga sono state contate
dallo studioso Walter Kolneder: da quelle per strumenti a tastiera
incoraggiate dalle edizioni settecentesche su due pentagrammi, alla
versione pianistica firmata da Czerny nel 1838; dalla prima elaborazione
per orchestra del musicologo tedesco Wolfgang Graeser - eseguita
alla Thomaskirche di Lipsia il 26 giugno 1927 dall'Orchestra del
Gewandhaus ed entrata nel repertorio dei Scherchen, Münch,
Kleiber e Stokowsky - fino alle interpretazioni di gruppi filologicamente
attenti alla prassi esecutiva barocca, come la recente e ineccepibile
incisione per l'Opus 111 del Concerto Italiano di Rinaldo Alessandrini.
E dire che L'arte della fuga non nasce come musica per accompagnare
la liturgia festiva, né per far da sottofondo alla principesca
degustazione di un caffè e nemmeno per il cimento di un nobile
mecenate. È una specie di comunicazione scientifica destinata
alla Società per Corrispondenza delle Scienze Musicali di
Lipsia fondata da Lorenz Christoph Mizler, un sodalizio di
musicisti e trattatisti del quale facevano parte, oltre a Bach,
pochi altri eletti tra cui Haendel e Telemann. Ai membri venivano
richieste annualmente relazioni anche sotto forma di composizione
che applicassero alla musica regole matematiche e dogmi filosofici.
Dopo avere inviato le Variazioni canoniche sopra un cantico natalizio
(1747) e l'Offerta musicale (1748) Bach non fece in tempo a concludere
i ventiquattro pezzi previsti nella sua terza comunicazione, ché
la morte lo colse prima di terminare l'impresa intitolata dal figlio
Carl Philipp Emanuel Die Kunst der Fuge (1749-50).
Benché la notazione sia minuziosamente stesa in partitura
su quattro righi, proprio per la mancanza di una destinazione strumentale
precisa e per l'ignoranza dell'aspetto concreto, materico, sensibile
necessario alla realizzazione sonora e alla sua ricezione L'arte
della fuga può considerarsi un'opera aperta. Come un progetto
di Borromini senza stucchi e marmi o un bozzetto di Leonardo senza
colori, il testamento bachiano lascia indefinite caratteristiche
e indicazioni fondamentali per la realizzazione esecutiva come il
timbro e il fraseggio, per non dire dell'agogica e della dinamica.
L'arte della fuga è un'opera speculativa priva di drammaticità,
è il culmine di un processo astrattivo che porta Bach a smettere
per sempre i panni del genio-artigiano dedito a soddisfare commissioni
per indossare le vesti dell'artista assoluto che rifiuta la moda
frivola dello stile galante, che sublima il contrappunto severo
dei fiamminghi e di Palestrina in un'opera ascetica, modernissima
ancora per le nostre orecchie, il cui ascolto presuppone un alto
grado di concentrazione. Da un semplice tema nascono contrappunti
di strabiliante complessità, le voci si moltiplicano, si
riflettono, dialogano toccando il culmine dell'artificio, le fughe
sono doppie, triple e quadruple, soggetti e controsoggetti si intrecciano
rasentando l'alchimia combinatoria.
Non stupisce quindi che ancora oggi L'arte della fuga eserciti
una forte attrazione verso i compositori e continui a indurli in
tentazione: prova ne sia il progetto curato da Luciano Berio
e Alberto Basso insieme al Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto
in occasione del ricorrente 250° anniversario della morte di
Bach che prevede la rielaborazione e il completamento della sua
Ars perfecta da parte di giovani talenti.
Franco Donatoni, purtroppo, non potrà concludere la sua personale
trascrizione, iniziata nei primi anni Novanta su commissione
dell'associazione Milano Musica (i primi sette contrappunti vennero
eseguiti il 19 giugno 1992 dall'Orchestra Sinfonica della RAI di
Milano) e proseguita in tempi recenti su sollecitazione dell'Orchestra
Sinfonica Nazionale della RAI.
Fin dalla seconda metà degli anni Sessanta, quando ai compositori
dell'avanguardia post-weberniana era dato scegliere tra lo strutturalismo
integrale e l'alea, Donatoni era arrivato a parlare di morte dell'atto
creativo formulando una "poetica del negativo" in cui
il comporre si riduceva alla manipolazione automatica di un materiale
precedente. Secondo Gianmario Borio, "procedimenti come la
trasposizione, l'inversione intervallare, il contrappunto rovesciato,
la conduzione canonica di diminuzioni ritmiche, che nella musica
seriale erano serviti a regolare la distribuzione del materiale
e a garantire l'unità formale dell'opera, si autonomizzarono
in rigidi meccanismi e una volta messi in funzione si sottraevano
al controllo del soggetto compositivo" (Donatoni, Torino, Edt
1990). Da questa logica seriale condotta ad absurdum a un'orchestrazione
dell'Arte della fuga il passo poetico sembra breve.
Abbiamo potuto confrontare la registrazione audio dei contrappunti
1-7 eseguiti a Milano con la partitura provvisoria di quelli 8-14
in programma a Torino. Benché siano trascorsi diversi anni
tra le due trascrizioni, risulta evidente un disegno omogeneo e
coerente. In entrambe le serie Donatoni non impiega mai il vasto
organico al completo, ma assegna i contrappunti secondo un ordine
ben preciso alle varie sezioni dell'orchestra, astenendosi da qualsiasi
promiscuità timbrica. Il primo, il settimo, l'ottavo, il
quattordicesimo a ottoni e timpani; il secondo, il sesto, il nono,
il tredicesimo ai legni; il terzo, il quinto, il decimo, il dodicesimo
agli archi; il quarto, l'undicesimo ad arpa, pianoforte, clavicembalo,
marimba e vibrafono. Ciascuna serie inizia e termina con ottoni
e timpani e culmina con le tastiere, secondo un diagramma simmetrico.
La trama polifonica bachiana risulta ispessita, si assiste alla
proliferazione contrappuntistica di voci che si aggiungono al testo
originale: basti pensare ad esempio che gli archi vengono suddivisi
in venticinque parti reali. Tuttavia la originaria continuità
delle linee non viene spezzata e una volta esposto il proprio tema
lo strumento assegnatario lo conduce fino al termine. Donatoni agisce
secondo un cromatismo integrale, ma per le sue geniali "azioni
di disturbo" si avvale esclusivamente delle scale bachiane.
Il suo procedere interpretativo-analitico dipinge nuove prospettive
formali e crea stranianti impasti timbrici, come dimostrano il quarto
e l'undicesimo contrappunto in cui arpa e tastiere imitano un gamelan
balinese. Ci fa capire insomma che l'immensità dell'Arte
della fuga sta nell'universalità di una musica senza tempo:
benché smontata e rimontata cento volte, passata sotto le
lenti deformanti dei secoli, fecondata dal genio o sfregiata dalla
mediocrità, sembra non aver ancora svelato tutti i suoi segreti.
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