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novembre 2000
unione musicale
INTERVISTA - Suoni profondi per Stanislav
di Marina Pantano

 

Stanislav Bunin

 

 

Bunin ha aperto lo scrigno e ha fatto ascoltare a tutti che razza di suoni ci sono dietro le melodie e i virtuosismi della partitura. Suoni profondi, che si caricano di colori e poi scivolano via con dolcezza, suoni che - dal pianissimo al forte esagerato - dentro la musica di Chopin non si erano mai sentiti" (Nicola Campogrande).
Il pianista russo conferma - in un'intervista telefonica - che il suono è il tratto distintivo di una grande scuola pianistica, di una straordinaria tradizione, delle proprie radici.

Perché il suono russo è così speciale?
"Nessuno ha mai "suonato" così bene come i grandi pianisti russi della prima metà del Novecento. Consideravano il suono del pianoforte non come un fatto squisitamente strumentale, ma piuttosto come la loro voce. Soprattutto nella letteratura romantica avevano un tipo di interpretazione che potremmo definire vocale. La qualità particolare del suono influiva positivamente, esaltandola, anche sulla tecnica, ed è per questo che la Russia è stata un paese di grandi virtuosi. C'era poi in loro una profonda consapevolezza artistica, una profonda comprensione dell'opera d'arte e del suo contesto".

Si può parlare ancora oggi di scuola russa? Lei maestro si sente un rappresentante di questa tradizione?
"Non so se oggigiorno si possa parlare ancora di una vera e propria scuola russa perché questa definizione in realtà identifica i grandi pianisti degli anni Trenta-Cinquanta e in particolare fa riferimento a due fulcri, mio nonno Heinrich Neuhaus, il grande didatta e Sviatoslav Richter, suo allievo. Anche oggi, come un tempo, ci sono moltissimi pianisti russi, ma ormai la maggior parte di questi ha studiato all'estero, sono stati "contaminati" da altre scuole pianistiche e quindi hanno connotazioni meno univoche. La generazione odierna non è incondizionatamente l'erede di quella vecchia grande scuola pianistica. Io personalmente mi sento invece ancora legato a quella tradizione, non solo per ragioni famigliari, ma anche perché io ho seguito il Conservatorio, mi sono diplomato e ho vinto i concorsi quando questa scuola esisteva ancora. E mi sento ancora parte di essa proprio per questa specie di "religione" del suono, che non si riscontra nelle scuole occidentali, a mio avviso più sensibili agli aspetti formali".

La sua famiglia immagino sarà stata il tramite di questo passaggio di testimone.
"Quando in famiglia si è capito che avrei potuto intraprendere la carriera di musicista, mia madre, Ljudmilla Bunina, mi ha dato il suo cognome, perché quello di mio padre era troppo carico di storia, di responsabilità musicali. Voleva darmi la possibilità di iniziare e di vivere la mia professione in modo autonomo, individuale e non come il nipote di Heinrich Neuhaus o il figlio di Stanislav Neuhaus. D'altra parte non ho mai studiato direttamente né con mio nonno né con mio padre, poiché il primo non l'ho conosciuto e il secondo era troppo impegnato in tournée concertistiche e in più non amava insegnare. È stata mia madre, anche lei ottima pianista e allieva di mio nonno al Conservatorio di Mosca, la mia vera insegnante: mi ha trasmesso tutto quello che aveva imparato, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche da quello culturale e spirituale. Non appena sono stato in grado di comprendere, dai cinque o sei anni, mi ha parlato continuamente di musica, dei compositori, della loro vita, delle loro teorie, del significato e del contenuto delle loro opere, naturalmente prediligendo il repertorio romantico".

Tra i grandi pianisti incontrati in casa sua quali hanno avuto influenza sul Bunin pianista?
"L'amicizia più importante, più significativa, per me e per la mia famiglia, è stata quella con Sviatoslav Richter, con il quale eravamo proprio in intimi rapporti. Penso ancora oggi che sia stato il più grande pianista che io ho mai potuto ascoltare. Ma ciò che più mi ha influenzato nella mia giovinezza non è stato tanto quanto era legato alla famiglia Neuhaus quanto piuttosto tutta la vita musicale della città che noi frequentavamo regolarmente".

Come si trova fuori dalla Russia, come mai ha scelto di vivere in Giappone?
"Dopo aver lasciato la Russia, il Giappone era così caldamente interessato alla mia evoluzione musicale, artistica e anche alla mia persona credo, che immediatamente si sono instaurati rapporti profondi e stretti.
Oltre alla quantità di concerti che mi è stata subito offerta, mi sono sentito compreso, dal punto di vista artistico, cosa che non succedeva nel mio paese. E poi sono riuscito a capire e conoscere a fondo la mentalità e la cultura giapponesi. Sono ormai quindici anni che suono e lavoro regolarmente in Giappone e sono molto grato a questo paese, per l'affetto che mi ha sempre dimostrato".

A Torino, per l'Unione Musicale, suonerà Bach.
"Bach è stato per anni e lo è tuttora il mio vero grande amore musicale. Tutti pensano che sia Chopin, ma il mio vero punto di riferimento rimane il maestro di Eisenach, che mi accompagna quotidianamente. Lo suono o ascolto sempre, a casa o in tournée. Il programma torinese comprende la Suite inglese n. 6. È quasi un oratorio, una cantata, un lavoro enorme e che adoro suonare e che bisogna assolutamente offrire al pubblico italiano. A ottobre è uscito il cd con l'incisione di questa Suite che ho registrato in Giappone per la mia piccola etichetta, la Stanislav Bunin Enterprise".

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Stanislav Bunin suonerą a Torino all'Auditorium del Lingotto il 10 e 11 novembre con l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai (in programma musiche di Bach - Donatoni, Chopin e Tcajkovskij)
e il 22 novembre al Conservatorio G. Verdi per la serie gialla dell'Unione Musicale.