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Bunin
ha aperto lo scrigno e ha fatto ascoltare a tutti che razza di suoni
ci sono dietro le melodie e i virtuosismi della partitura. Suoni profondi,
che si caricano di colori e poi scivolano via con dolcezza, suoni
che - dal pianissimo al forte esagerato - dentro la musica di Chopin
non si erano mai sentiti" (Nicola Campogrande).
Il pianista russo conferma - in un'intervista telefonica -
che il suono è il tratto distintivo di una grande scuola pianistica,
di una straordinaria tradizione, delle proprie radici.
Perché
il suono russo è così speciale?
"Nessuno
ha mai "suonato" così bene come i grandi pianisti
russi della prima metà del Novecento. Consideravano il suono
del pianoforte non come un fatto squisitamente strumentale, ma piuttosto
come la loro voce. Soprattutto nella letteratura romantica avevano
un tipo di interpretazione che potremmo definire vocale. La qualità
particolare del suono influiva positivamente, esaltandola, anche
sulla tecnica, ed è per questo che la Russia è stata
un paese di grandi virtuosi. C'era poi in loro una profonda consapevolezza
artistica, una profonda comprensione dell'opera d'arte e del suo
contesto".
Si
può parlare ancora oggi di scuola russa? Lei maestro si sente
un rappresentante di questa tradizione?
"Non
so se oggigiorno si possa parlare ancora di una vera e propria scuola
russa perché questa definizione in realtà identifica
i grandi pianisti degli anni Trenta-Cinquanta e in particolare fa
riferimento a due fulcri, mio nonno Heinrich Neuhaus, il
grande didatta e Sviatoslav Richter, suo allievo. Anche oggi,
come un tempo, ci sono moltissimi pianisti russi, ma ormai la maggior
parte di questi ha studiato all'estero, sono stati "contaminati"
da altre scuole pianistiche e quindi hanno connotazioni meno univoche.
La generazione odierna non è incondizionatamente l'erede
di quella vecchia grande scuola pianistica. Io personalmente mi
sento invece ancora legato a quella tradizione, non solo per ragioni
famigliari, ma anche perché io ho seguito il Conservatorio,
mi sono diplomato e ho vinto i concorsi quando questa scuola esisteva
ancora. E mi sento ancora parte di essa proprio per questa specie
di "religione" del suono, che non si riscontra nelle scuole
occidentali, a mio avviso più sensibili agli aspetti formali".
La
sua famiglia immagino sarà stata il tramite di questo passaggio
di testimone.
"Quando
in famiglia si è capito che avrei potuto intraprendere la
carriera di musicista, mia madre, Ljudmilla Bunina, mi ha dato il
suo cognome, perché quello di mio padre era troppo carico
di storia, di responsabilità musicali. Voleva darmi la possibilità
di iniziare e di vivere la mia professione in modo autonomo, individuale
e non come il nipote di Heinrich Neuhaus o il figlio di
Stanislav Neuhaus. D'altra parte non ho mai studiato direttamente
né con mio nonno né con mio padre, poiché il
primo non l'ho conosciuto e il secondo era troppo impegnato in tournée
concertistiche e in più non amava insegnare. È stata
mia madre, anche lei ottima pianista e allieva di mio nonno al Conservatorio
di Mosca, la mia vera insegnante: mi ha trasmesso tutto quello che
aveva imparato, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche da
quello culturale e spirituale. Non appena sono stato in grado di
comprendere, dai cinque o sei anni, mi ha parlato continuamente
di musica, dei compositori, della loro vita, delle loro teorie,
del significato e del contenuto delle loro opere, naturalmente prediligendo
il repertorio romantico".
Tra
i grandi pianisti incontrati in casa sua quali hanno avuto influenza
sul Bunin pianista?
"L'amicizia
più importante, più significativa, per me e per la
mia famiglia, è stata quella con Sviatoslav Richter,
con il quale eravamo proprio in intimi rapporti. Penso ancora oggi
che sia stato il più grande pianista che io ho mai potuto
ascoltare. Ma ciò che più mi ha influenzato nella
mia giovinezza non è stato tanto quanto era legato alla famiglia
Neuhaus quanto piuttosto tutta la vita musicale della città
che noi frequentavamo regolarmente".
Come
si trova fuori dalla Russia, come mai ha scelto di vivere in Giappone?
"Dopo
aver lasciato la Russia, il Giappone era così caldamente
interessato alla mia evoluzione musicale, artistica e anche alla
mia persona credo, che immediatamente si sono instaurati rapporti
profondi e stretti.
Oltre alla quantità di concerti che mi è stata subito
offerta, mi sono sentito compreso, dal punto di vista artistico,
cosa che non succedeva nel mio paese. E poi sono riuscito a capire
e conoscere a fondo la mentalità e la cultura giapponesi.
Sono ormai quindici anni che suono e lavoro regolarmente in Giappone
e sono molto grato a questo paese, per l'affetto che mi ha sempre
dimostrato".
A
Torino, per l'Unione Musicale, suonerà Bach.
"Bach
è stato per anni e lo è tuttora il mio vero grande
amore musicale. Tutti pensano che sia Chopin, ma il mio vero punto
di riferimento rimane il maestro di Eisenach, che mi accompagna
quotidianamente. Lo suono o ascolto sempre, a casa o in tournée.
Il programma torinese comprende la Suite inglese n. 6. È
quasi un oratorio, una cantata, un lavoro enorme e che adoro suonare
e che bisogna assolutamente offrire al pubblico italiano. A ottobre
è uscito il cd con l'incisione di questa Suite che ho registrato
in Giappone per la mia piccola etichetta, la Stanislav Bunin Enterprise".
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