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Quattro
fratelli di Salisburgo, Lukas, Angelika, Veronica e Clemens Hagen
suonano insieme, come i padri, i nonni, gli avi più remoti
e illustri: segno di profonda maturità culturale, ahimè
fenomeno pressoché estinto. Delegare alle note la volontà
di comunicare e raccontare, trasfigurare abbracci e carezze e schiaffi
in gesti-suono spiritualizza la miseria del quotidiano solitamente
capace, con la sua materialità, di logorare i sentimenti più
ispirati. Certo, la storia è maestra nell'insegnare che la
pratica d'insieme è anche terreno insidioso per le relazioni
umane: difficile perseguire una comunione d'intenti e sentire valorizzata
la propria identità.
Così, ad Angelika subentra Rainer Schmidt, un giovane
tedesco con solide esperienze formative - anche oltreoceano - che
arricchiranno il gruppo senza minarne l'affiatamento. Affiatamento
forgiato nella scuola sotto casa, il Mozarteum. Altra rarità:
di solito i giovani virtuosi peregrinano da un capo all'altro del
globo alla ricerca dell'insegnante illuminato, per gli Hagen, basta
attraversare la strada... Come non bastasse la città li cresce
e incoraggia come araldi della civiltà salisburghese, riserva
loro un posto al Festival più importante del mondo nell'ambito
della Settimana Mozart, addirittura la Banca Nazionale Austriaca
finanzia l'acquisto di uno Stradivari per Lukas e di un
Maggini per Veronica - non mi risulta che la Banca d'Italia
abbia mai preso un'iniziativa del genere a favore di uno tra i tanti
giovani talenti nazionali -. Gli attestati di fiducia sono comunque
ben riposti giacché, con lungimiranza, gli Hagen pianificano
il loro percorso di maturazione in due direzioni egualmente fertili:
i contatti e le collaborazioni con artisti di altissimo profilo tra
i quali Harnoncourt, Schiff, Kremer, fonti di alimento creativo,
e la frequentazione accorta di un repertorio vasto e diversificato.
Il quartetto, affermatosi nei concorsi di Lockenhaus e Portsmouth
nel 1981, di Evian, Bordeaux e Banf (Canada) nel 1983, non si
accontenta di celebrare della cultura musicale colta solo gli antichi
fasti, coincidenti con la prosperità politico-economica dell'Austria
natia, ma seleziona le pietre miliari di tutta la letteratura quartettistica,
da Haydn fino a Ligeti.
La scelta effettuata per il concerto dell'8 novembre restringe
la forbice temporale appena di poco: da Mozart a Schoenberg.
Dal tempo della naturalezza, dove l'inventiva spaziava entro confortanti
limiti imposti, senza oltrepassare il perimetro della corte, a quello
in cui il dubbio ha eroso ogni sistema e le maglie allargate della
libertà esasperano la vertigine del vuoto e insieme l'ossessione
per la norma; dall'epoca in cui si riusciva a comporre nello stesso
momento per l'imperatore e per una manifestazione di sé alla
musica sofferta dall'artista e incompresa, reietta dal mondo; dai
giorni della "perfetta inconsapevolezza dell'espressione nell'opera
d'arte", come direbbe Massimo Mila, a quelli del controllo totale
sulla creazione, dalla musica ingiustificata, a quella in cui tanto
numerose sono le didascalie e le note a piè pagina quanto le
note musicali.
Mozart gioca la partita compositiva sulla consonanza e sviluppa
i temi modificandoli lungo linee armoniche prestabilite, Schoenberg
costruisce sulla compresenza dissonante, non modifica il tema, ma
in una prospettiva contrappuntistica, ne svela tutte le possibilità
combinatorie. La scrittura quartettistica è raccolta come in
un salotto, strumentalmente facile in Mozart, dispersa come in una
fabbrica vuota e idiomaticamente difficile in Schoenberg. La musica
di Mozart, anche nelle inflessioni addolorate e oscure, si stempera
in un universale sentimento della leggerezza, coltiva un'ingenua fiducia
nelle possibilità, per l'uomo, di redenzione: è musica
degli inizi, quando le energie sono nuove, il peso del passato lieve,
la speranza fervida, per ciò che verrà. Schoenberg scrive
un Diario delle nuvole di guerra, si autoritrae come una maschera
d'angoscia, confessa di associare al primo movimento del Quartetto
op. 30 un'immagine del Vascello Fantasma in cui il capitano
pende per il collo all'albero della nave per mano dell'equipaggio:
è musica della fine, presagio di precipizi imminenti; non cambia
la quantità di tensione morale né l'altezza del magistero
compositivo tra i due autori, ma il colore dominante. In mezzo, il
capolavoro di Debussy del 1893, tradizionale nella forma (Allegro
di sonata, Scherzo, Lied), eppure rivoluzionario per l'iridescenza
delle armonie e degli impasti timbrici. È musica dell'evocazione
di ciò che è effimero: accenni di serenate appassionate
evinte da un Oriente sognato, danze andaluse accompagnate da chitarre
singhiozzanti, echi di una Spagna mai vista. Musica dell'inizio, dell'effimero,
della fine. Che sia così, la vita? |
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