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Di
mestiere Charles Edward Ives era assicuratore. Uno dei maggiori
d'America, tra l'altro. Ma ogni giorno, chiuso l'ufficio, rientrava
a casa e si metteva a scrivere le proprie partiture.
Spesso andava a finire che nessuno voleva suonargliele: un po' perché
lui era fuori dal giro, e un po' perché la sua era musica
ben strana. Così oggi lo festeggiamo come uno dei più
grandi compositori del Novecento, ma, prima di farsi accettare,
Ives fu di quelli che dovettero aspettare gli ultimissimi anni di
vita.
Three Places in New England è uno dei suoi lavori
più celebri, più eseguiti, uno dei più registrati.
Come spesso gli accadeva di fare, Ives scrisse la partitura per
raccontare: di un bassorilievo con sopra il colonnello Shaw alla
guida di un reggimento di neri che combattono durante la guerra
di Secessione (si può vedere a www.nga.gov/feature/shaw/home.htm);
di un ragazzino che un 4 luglio partecipa a una festa dell'Indipendenza
al Putnam Park, in Connecticut (www.acorn_online.com/100put.htm;
e del fiume Housatonic, che scorre meraviglioso, sempre in Connecticut
(www.gorp.com/nyoutdoors/articles/
pad_cthr.htm).
Bisogna sapere che, quando racconta con la sua musica, Ives di norma
fa ricorso a due moduli compositivi: quello che distende momenti
di tranquillità e sospensione, probabilmente ispirati
ai testi di filosofia trascendentale di Emerson e Thoreau;
e quello ironico, pungente e particolarmente comunicativo perché
ricco di citazioni (in Three Places in New England si ascoltano
marce militari in quantità). L'aspetto curioso è la
genesi di questo suo modo di comporre, così diverso da quello
dei colleghi che hanno segnato "le altre" storie musicali
del Novecento. Perché il tutto nasce dal padre di Ives, George
Edward, un tipo strano, uno che con la musica aveva sempre avuto
rapporti controversi: da un lato non aveva voluto dedicarvisi da
professionista ("Papà diceva che un uomo può
mantenere il proprio interesse per la musica più forte, più
pulito, più grande e più libero se non cerca di camparci",
ricordava Charles); dall'altro era il leader della vita musicale
nella sua Danbury, e la fama di questo spregiudicato direttore
di banda si allargava per una vasta zona del Connecticut occidentale.
In una società come quella di Danbury, comunque, gli uomini
facevano affari e la musica era roba per signorine. Così
George Ives, dopo aver tentennato un po', finì con l'andare
a lavorare in banca, proseguendo però, nel tempo libero,
le proprie ricerche. Era infatti uno che conosceva la teoria musicale
convenzionale ma amava pensare che quello fosse solo un punto di
partenza; e allora - assistito dal giovane Charles - sperimentava
ogni sorta di strumento, sovrapponeva tonalità e armonie,
ascoltava qualunque cosa.
La musica che uscì dalle mani di Charles - si capisce - non
poté che portarsi dietro le tracce della creatività
sfrenata e anarchica del padre: il grande organista, laureato a
Yale, principe degli assicuratori, continuò ad andare in
giro con le orecchie bene aperte, pronto a cogliere musica che gli
altri non riuscivano a sentire e capace di costruirci partiture
che sanno ancora raccontarci le loro storie.
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