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novembre 2000
orchestra sinfonica nazionale della RAI
La libertà anarchica degli Ives
di Nicola Campogrande

 

Charles Edward Ives

 

Di mestiere Charles Edward Ives era assicuratore. Uno dei maggiori d'America, tra l'altro. Ma ogni giorno, chiuso l'ufficio, rientrava a casa e si metteva a scrivere le proprie partiture.
Spesso andava a finire che nessuno voleva suonargliele: un po' perché lui era fuori dal giro, e un po' perché la sua era musica ben strana. Così oggi lo festeggiamo come uno dei più grandi compositori del Novecento, ma, prima di farsi accettare, Ives fu di quelli che dovettero aspettare gli ultimissimi anni di vita.
Three Places in New England è uno dei suoi lavori più celebri, più eseguiti, uno dei più registrati. Come spesso gli accadeva di fare, Ives scrisse la partitura per raccontare: di un bassorilievo con sopra il colonnello Shaw alla guida di un reggimento di neri che combattono durante la guerra di Secessione (si può vedere a www.nga.gov/feature/shaw/home.htm); di un ragazzino che un 4 luglio partecipa a una festa dell'Indipendenza al Putnam Park, in Connecticut (www.acorn_online.com/100put.htm; e del fiume Housatonic, che scorre meraviglioso, sempre in Connecticut (www.gorp.com/nyoutdoors/articles/ pad_cthr.htm).
Bisogna sapere che, quando racconta con la sua musica, Ives di norma fa ricorso a due moduli compositivi: quello che distende momenti di tranquillità e sospensione, probabilmente ispirati ai testi di filosofia trascendentale di Emerson e Thoreau; e quello ironico, pungente e particolarmente comunicativo perché ricco di citazioni (in Three Places in New England si ascoltano marce militari in quantità). L'aspetto curioso è la genesi di questo suo modo di comporre, così diverso da quello dei colleghi che hanno segnato "le altre" storie musicali del Novecento. Perché il tutto nasce dal padre di Ives, George Edward, un tipo strano, uno che con la musica aveva sempre avuto rapporti controversi: da un lato non aveva voluto dedicarvisi da professionista ("Papà diceva che un uomo può mantenere il proprio interesse per la musica più forte, più pulito, più grande e più libero se non cerca di camparci", ricordava Charles); dall'altro era il leader della vita musicale nella sua Danbury, e la fama di questo spregiudicato direttore di banda si allargava per una vasta zona del Connecticut occidentale.
In una società come quella di Danbury, comunque, gli uomini facevano affari e la musica era roba per signorine. Così George Ives, dopo aver tentennato un po', finì con l'andare a lavorare in banca, proseguendo però, nel tempo libero, le proprie ricerche. Era infatti uno che conosceva la teoria musicale convenzionale ma amava pensare che quello fosse solo un punto di partenza; e allora - assistito dal giovane Charles - sperimentava ogni sorta di strumento, sovrapponeva tonalità e armonie, ascoltava qualunque cosa.
La musica che uscì dalle mani di Charles - si capisce - non poté che portarsi dietro le tracce della creatività sfrenata e anarchica del padre: il grande organista, laureato a Yale, principe degli assicuratori, continuò ad andare in giro con le orecchie bene aperte, pronto a cogliere musica che gli altri non riuscivano a sentire e capace di costruirci partiture che sanno ancora raccontarci le loro storie.

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