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Per
Zoltán Kocsis passare dal pianoforte alla direzione
d'orchestra è stato un atto naturale, spontaneo, come si dice
"nell'ordine delle cose".
"Sono cresciuto con la musica, mio padre era un grande appassionato.
A cinque anni ho iniziato a studiare il pianoforte e a undici sono
entrato al Conservatorio "Bartók", per poi proseguire
all'Accademia "Franz Liszt". Ma da subito il mio rapporto
con la musica non è passato solo attraverso il pianoforte.
A dieci anni conoscevo perfettamente le sinfonie di Beethoven e Brahms,
e cercavo comunque di studiare i capolavori orchestrali attraverso
le trascrizioni. Sono sempre stato affascinato dall'orchestrazione,
e non ho quindi sentito una transizione quando ho affiancato all'attività
di solista quella di direttore. La mia dimestichezza con le orchestrazioni
e le trascrizioni unita all'attività di solista ha sicuramente
favorito la direzione d'orchestra: significa avere controllo della
partitura e contemporaneamente saper spiegare e trasmettere ai musicisti
quello che si vuole".
Il debutto nella direzione risale al 1987, quando la sua carriera
di solista è all'apice, partita nel 1970 dopo la vittoria al
Concorso "Beethoven" della Radio Ungherese. Con Ivan Fischer
fonda la Budapest Festival Orchestra e nel 1997 diventa direttore
artistico dell'Orchestra Sinfonica Ungherese di Stato. "Si
trattava di un'orchestra di qualità inferiore a quella che
avevo lasciato, ma sono arrivato preparato. Se la Festival Orchestra
era composta dai musicisti migliori che provenivano da orchestre diverse,
l'Orchestra Sinfonica Ungherese era formata da musicisti in media
più anziani, più routinari e tecnicamente meno agguerriti.
Ho passato due anni a osservare la situazione, a dirigere sia il repertorio
che la musica contemporanea e le prime esecuzioni, cercando contemporaneamente
di ottenere più fondi dal ministero culturale. Un anno fa sono
riuscito a ottenere per i miei musicisti un aumento di salario che
ha più che raddoppiato le loro entrate. A quel punto la qualità
è diventata una categoria imprescindibile: in accordo con il
ministro della cultura, abbiamo fatto audizioni interne sia dietro
che davanti alla tenda, per evitare qualsiasi condizionamento. Una
dozzina di musicisti sono stati sostituiti, e il risultato è
sorprendente. Ho appena iniziato le prove con la formazione attuale
e sono sbalordito: credo che nel giro di sei mesi i risultati saranno
consolidati".
Della Camerata Academica Salzburg parla con ammirazione incondizionata:
"L'Orchestra di Sándor Végh è la formazione
dei miei sogni! Il suo punto di forza è il suono, elemento
che distingue davvero un'orchestra di qualità dalle altre:
con sei violini riescono a ottenere il suono di dodici. Con loro ho
la fortuna di avere un rapporto costante".
Tutto in Kocsis fa pensare a una grande determinazione, a una forza
inarrestabile: le sue scelte e le sue decisioni sembrano nette, così
come le sue esecuzioni al pianoforte: "...e che le mani di questo
cinquantenne pianista ungherese siano d'acciaio lo abbiamo constatato
ancora una volta nel concerto tenuto per gli Amici della Musica...
Zoltán, con la sua voce grossa, sa effettivamente fare sulla
tastiera quello che vuole. Difficile capire da dove gli venga tanta
forza..." (Stefano Ragni, "La Nazione", maggio 2000).
La difficoltà maggiore? Organizzare l'incastro delle
sue molteplici attività, ma anche a questo con il tempo si
fa l'abitudine, e rimane qualche momento da dedicare al collezionismo,
alla cucina e al nuoto, in attesa di affrontare nuove esecuzioni.
"Non esiste un compositore dal quale io mi senta distante, o
una musica che mi abbia stancato: ricordo un direttore italiano che
si era stufato di Puccini e del Concerto di Bartók: non credo
che questo avverrà mai nel mio caso". |
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