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novembre 2000
teatro regio torino
Bartók americano, con nostalgia
di Gianni Nuti

Frédéric Chaslin

Forza, rarefazione, ricchezza. Con qualche probabilità, attraverso questi sostantivi il pubblico del Regio potrebbe transitare durante il concerto di inaugurazione della Stagione di concerti, sabato 18 novembre 2000.

Forza. Negli anni Settanta, lo spot di un amaro tradusse in immagine l'incipit orchestrale dell'ouverture Coriolano: un pugno sferzato sul tavolo, un gesto musicale di forza pura, senza storia. Meglio di un dotto programma di sala. È inutile cercare paralleli descrittivi tra quest'opera e la tragedia di Collin: la musica ha divorato testi, scene e costumi rendendo superflua la rappresentazione teatrale; tutto è contrasto tra energia scultorea e melos fluido, tra pace e inquietudine. Tuttavia, del carattere dell'eroe romano troviamo riflesso un principio: la morte segna il confine tra essere e non essere non solo nella vita biologica, ma anche in quella ideale, l'alternativa alla mancata realizzazione di sé non è l'inedia, ma l'autoannientamento.

Rarefazione. I compositori d'inizio Novecento di rado si rivolgono a grandi poeti, piuttosto a chi, magari con artificiosa semplicità, sa esaltare il valore fonosimbolico delle parole, rese più pregne dagli ampi spazi silenziosi su cui sono adagiate. Le cinque poesie di Rückert musicate da Mahler nel 1901 sono prodighe di rime, assonanze, allitterazioni e povere di concetti: "Lascia l'artista nella sua solitudine creativa, godine solo i frutti; il profumo del tiglio è latore di dolci pensieri amorosi; il mondo del frastuono e l'artista del silenzio sono morti l'uno all'altro; la sofferenza che il buio della mezzanotte genera è offerta, in preghiera, al Custode delle cose ultime; alimenta l'amore con l'amore, non con ciò che è destinato a dileguarsi".
Non si aspetti il pubblico di sentir la voce distinta davanti a un monocromatico sfondo di suono, ma si appresti a catturarla ogniqualvolta emerge dal groviglio contrappuntistico in cui è implicata; non importa cogliere i dettagli: si limiti a respirare un ricco bouquet d'aromi sonori sospesi, segua il gioco delle coppie tra la voce e il cicaleccio dei flauti o l'oscurità vuota dei corni, si lasci estasiare da un'aria funebre e trasfigurata.

Ricchezza. Il Concerto per orchestra - scritto da Béla Bartók durante l'esilio statunitense - fu subito letto come un deciso passo indietro rispetto ai lavori europei: un atto di sottomissione del genio alla superficialità del tipo antropologico americano, una rinuncia alla nuova pratica della dissonanza per l'ansia di assecondare il grande pubblico. Noi pensiamo che l'America, da sempre crogiolo di molte culture, abbia piuttosto costituito per Bartók il luogo adatto dove operare una sintesi di quanto scoperto nel passato; la lontananza dalle radici ha permesso alla materia di provenienza etnica, alle tecniche compositive di tradizione colta, all'estetica dell'oscurità come a quella del vitalismo più sfrenato di decantare, eliminando le sostanze spurie. Temi popolari sudetici, corali tedeschi, elegie impressioniste, parodie, persino una citazione della marcia tratta dalla Sinfonia di Leningrado di Šostakoviè s'intrecciano in un carosello di virtuosismi orchestrali nel quale ogni strumento si distingue per il suo specifico timbrico ed espressivo, pur concorrendo alla tessitura di una tela monumentale.

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