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Forza,
rarefazione, ricchezza. Con qualche probabilità, attraverso
questi sostantivi il pubblico del Regio potrebbe transitare durante
il concerto di inaugurazione della Stagione di concerti, sabato
18 novembre 2000.
Forza.
Negli anni Settanta, lo spot di un amaro tradusse in immagine l'incipit
orchestrale dell'ouverture Coriolano: un pugno sferzato sul tavolo,
un gesto musicale di forza pura, senza storia. Meglio di un dotto
programma di sala. È inutile cercare paralleli descrittivi
tra quest'opera e la tragedia di Collin: la musica ha divorato testi,
scene e costumi rendendo superflua la rappresentazione teatrale;
tutto è contrasto tra energia scultorea e melos fluido, tra
pace e inquietudine. Tuttavia, del carattere dell'eroe romano troviamo
riflesso un principio: la morte segna il confine tra essere e non
essere non solo nella vita biologica, ma anche in quella ideale,
l'alternativa alla mancata realizzazione di sé non è
l'inedia, ma l'autoannientamento.
Rarefazione.
I compositori d'inizio Novecento di rado si rivolgono a grandi poeti,
piuttosto a chi, magari con artificiosa semplicità, sa esaltare
il valore fonosimbolico delle parole, rese più pregne dagli
ampi spazi silenziosi su cui sono adagiate. Le cinque poesie
di Rückert musicate da Mahler nel 1901 sono prodighe di
rime, assonanze, allitterazioni e povere di concetti: "Lascia
l'artista nella sua solitudine creativa, godine solo i frutti; il
profumo del tiglio è latore di dolci pensieri amorosi; il
mondo del frastuono e l'artista del silenzio sono morti l'uno all'altro;
la sofferenza che il buio della mezzanotte genera è offerta,
in preghiera, al Custode delle cose ultime; alimenta l'amore con
l'amore, non con ciò che è destinato a dileguarsi".
Non si aspetti il pubblico di sentir la voce distinta davanti a
un monocromatico sfondo di suono, ma si appresti a catturarla ogniqualvolta
emerge dal groviglio contrappuntistico in cui è implicata;
non importa cogliere i dettagli: si limiti a respirare un ricco
bouquet d'aromi sonori sospesi, segua il gioco delle coppie tra
la voce e il cicaleccio dei flauti o l'oscurità vuota dei
corni, si lasci estasiare da un'aria funebre e trasfigurata.
Ricchezza.
Il Concerto per orchestra - scritto da Béla Bartók
durante l'esilio statunitense - fu subito letto come un deciso passo
indietro rispetto ai lavori europei: un atto di sottomissione del
genio alla superficialità del tipo antropologico americano,
una rinuncia alla nuova pratica della dissonanza per l'ansia di
assecondare il grande pubblico. Noi pensiamo che l'America, da sempre
crogiolo di molte culture, abbia piuttosto costituito per Bartók
il luogo adatto dove operare una sintesi di quanto scoperto nel
passato; la lontananza dalle radici ha permesso alla materia di
provenienza etnica, alle tecniche compositive di tradizione colta,
all'estetica dell'oscurità come a quella del vitalismo più
sfrenato di decantare, eliminando le sostanze spurie. Temi popolari
sudetici, corali tedeschi, elegie impressioniste, parodie, persino
una citazione della marcia tratta dalla Sinfonia di Leningrado di
ostakoviè s'intrecciano in un carosello di virtuosismi
orchestrali nel quale ogni strumento si distingue per il suo specifico
timbrico ed espressivo, pur concorrendo alla tessitura di una tela
monumentale.
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