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novembre 2000
Editoriale: Scommettere la commissione
di Sandro Cappelletto

Murray Perahia

 

 

Diventare, per una volta, Federico II di Prussia, prendere un rigo di carta da musica, buttar giù un'ideina, trovare un Bach che trasformi quelle quattro note in Offerta musicale. Il sogno che lusinga le notti di ogni direttore artistico ha un nome: commissione. Un desiderio, una vanità, un atto di coraggio. Scegliere un compositore, pensare a un'occasione, un organico, un costo, far quadrare il cerchio del rischio e decidere che nascerà un'opera nuova.

La consuetudine, un tempo ovvia, ha permesso di accumulare migliaia di titoli; scremando scremando si è formato quello che chiamiamo il repertorio. Commissioni esclusive, da consumarsi in un'intimità cameristica, assolutamente fuori mercato; commissioni sinfoniche, più impegnative, commissioni operistiche, le più rischiose, capaci di distruggere lunghe carriere impresariali, o di esaltarle. Commissioni comunque, cioè novità.
La metamorfosi delle abitudini e delle attese d'ascolto, il prevalere del compiacimento per la conferma del "già sentito" rispetto alla curiosità per quanto non si conosce - uno dei fenomeni più complessi e condizionanti nella ricezione della musica nel Novecento - ha reso, oggi, la commissione più rara. Non nel numero, quanto nel rilievo: nel fragile, a volte semi-clandestino, ma ancora vitale circuito dei festival e delle rassegne specializzate si continua a commissionare; sono le principali istituzioni a rischiare poco.

Sponsor che monetizzano e preferiscono il successo sicuro, risposta del pubblico spesso sconfortante, diffuso disinteresse dell'informazione, consigli d'amministrazione che chiedono perché mai: catafratti dalle obiezioni possibili, sovrintendenti e direttori artistici preferiscono non commissionare. Oppure lo fanno con la mano sinistra, senza garantire l'impegno produttivo, non valutando la "redditività strategica" della scelta. Conviene dirlo senza pudori: commissionare una nuova creazione non è più un gesto considerato necessario.

Eppure, senza andare al di là del passato più prossimo: San Francesco d'Assisi di Messiaen è stata una commissione, come Prometeo, tragedia dell'ascolto di Nono, come Outis di Berio. Titoli, scelti tra i molti possibili, che sono già repertorio, storia, testimonianza. Documenti della creazione musicale contemporanea capaci di distinguere i soggetti culturali che hanno voluto progettarli, oggi per domani.
Il tessuto musicale di Torino è tonico, di fiducia il rapporto che si è saputo costruire con il pubblico, e la città - pensiamo al settore delle arti figurative, dell'editoria - sa convivere meglio di altre con la modernità. Le condizioni migliori per scommettere sulle commissioni.

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anno II n. 8 ottobre 2000

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