Alpesh Chauhan, dal violoncello al podio delle più grandi orchestre

Quando nell’autunno del 2017 la Filarmonica Arturo Toscanini di Parma annunciò la nomina a direttore principale dell’allora ventisettenne in ascesa Alpesh Chauhan, si gridò al “colpaccio”. Aspettative mai disattese quelle nei confronti del giovane anglo-indiano, se si pensa anche solo ai suoi ultimi successi: l’integrale delle Sinfonie di Beethoven a Parma (che completerà nella prossima stagione), una memorabile Lady Macbeth del distretto di Mcensk, allestita da Graham Vick in una vecchia sala da ballo/balera di Birmingham, e la pregiata direzione al Carlo Felice di Genova di West Side Story, musical-opera capolavoro di Bernstein.
Prossimamente a Torino lo attende il debutto con l’Orchestra Sinfonica Nazionale Rai, per il ventiduesimo nonché ultimo concerto della stagione, previsto il 23 maggio (con replica venerdì 24 maggio) all’Auditorium Arturo Toscanini. In programma il Concerto in si minore per violoncello e orchestra di Antonin Dvořak, con un solista d’eccezione come Mario Brunello, e la Sinfonia n. 5 di Dmitrij Šostakovič.
Nato a Birmingham nel 1990, Chauhan proviene da una famiglia numerosa in cui si intrecciano radici keniane, tanzaniane e indiane. Difficile immaginarselo a sei anni pretendere dai genitori un violoncello, su cui si esercita mentre in casa risuonano i ritmi vorticosi dei film di Bollywood, che la madre amava guardare in tv. La folgorazione vera e propria arriva però a quattordici anni, quando Alpesh sfoglia per la prima volta la partitura della Sesta di Čajkovskij e la musica diventa per lui un’ossessione. A sedici anni, già primo violoncello nell’Orchestra giovanile di Birmingham, comincia a considerare la carriera di direttore, scelta che lo porterà sul podio della London Symphony Orchestra, ai BBC Proms e alla guida della Toscanini fino al 2020.

Per la sua prima volta con l’OSN Rai Chauhan, insieme a Brunello, propone il Concerto per violoncello n. 2 di Dvořak, capolavoro in cui l’influenza della musica americana incontra le suggestioni scaturite dal folklore e dalle melodie tradizionali della terra d’origine del compositore boemo. Completa la serata una pagina del grande sinfonismo russo come la Quinta di Šostakovič. Dopo la traumatica stroncatura della Lady Macbeth del distretto di Mcensk da parte di Stalin, Šostakovič preferì ritirare la Quarta Sinfonia – già in fase di prove – per proporre la Quinta, con cui l’autore strizzava l’occhio al regime sovietico (si pensi alla marcia e ai ritmi militari o alla musica funebre nel terzo movimento), senza tuttavia rinunciare a un linguaggio autenticamente ispirato, che ne fa una delle opere del maestro russo più eseguite in assoluto.

Edoardo Pelligra