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ottobre 2000
teatro regio torino
L'oblio del sogno: Sly
di Johannes Streicher

José Carreras in Sly

José Carreras in Sly

Nel 1997, nel bicentenario della caduta di Venezia, vennero esposte alla Fondazione Cini due tele del pittore bavarese August Wolf. La mostra Venezia da stato a mito comprendeva infatti un'ampia scelta di opere, specie di artisti stranieri, dedicate al sublime declino della Serenissima. I suoi fasti notoriamente diedero luogo a una celebrazione post mortem [o post festum] più unica che rara, laddove si inquadrava perfettamente lo stile neo-rinascimentale del sontuoso Banchetto nell'isola di Murano del 1880 e della Coppia di innamorati in un giardino veneziano del 1883 (ora conservati alla Schack-Galerie di Monaco di Baviera) del padre di Ermanno Wolf-Ferrari. Si poteva così verificare il background culturale dell'autore di Sly, che aprirà la stagione 2000-2001 del Teatro Regio, una circostanza non priva di interesse, dato l'oblio in cui giace attualmente buona parte della sua produzione.

Il compositore italo-tedesco, che dapprima aveva calcato le orme del padre studiando disegno, per poi frequentare l'Accademia Musicale Monacense e finire per fare il musicista, tuttavia non lo tradì del tutto: se il pittore August Wolf si era guadagnato da vivere copiando su commissione di collezionisti tedeschi alcuni dei grandi capolavori pittorici italiani dei secoli d'oro, adottando - secondo un costume già sperimentato con strepitoso successo dal viennese Hans Makart - anche nelle opere proprie le tecniche dei grandi veneziani del Cinquecento, il compositore Ermanno Wolf si volse anch'egli al glorioso passato della città natale, cercando di farne rivivere uno dei periodi più felici. Si impose infatti a partire dai primissimi anni del Novecento con riusciti adattamenti operistici di celebri commedie goldoniane, di cui colse non solo lo spirito ludico, ma anche la più velata malinconia autunnale. Da Le donne curiose, date con successo travolgente a Monaco di Baviera nel 1903, a I quattro rusteghi, che nel 1906 ne ripeterono il trionfo internazionale, alla Vedova scaltra (Roma 1931) e al Campiello (Milano 1936), il binomio Goldoni-Wolf-Ferrari fino alla seconda guerra mondiale era garanzia di successo di botteghino, divertimento garbato, gratificazione dei cantanti. Troppo poco, a quanto pare, per gli anni dell'"impegno", del culto di Adorno e delle letture goldoniane più "moderne" di Visconti e Strehler.

Ermanno Wolf-Ferrari (1876-1948) è senza dubbio un passatista, e polemicamente non se ne vergognò mai. La sua personale rilettura della tradizione dell'opera buffa, una coniugazione Mozart-Donizetti, come risulta particolarmente evidente nell'intermezzo Il segreto di Susanna (1909, una sorta di rivisitazione della Serva padrona), anticipò a suo modo il neoclassicismo degli anni Venti, e questo in tempi non sospetti, quando quasi tutti i suoi coetanei si pascevano ancora del verbo wagneriano; il ritorno alla commedia risultò controcorrente negli anni di Pelléas, Butterfly, Salome, L'amore dei tre re, Francesca da Rimini, ma proprio per questo venne salutato da molti con grande simpatia; echi della "maniera" di Wolf-Ferrari si possono cogliere in Amelia al ballo (1937) e nel Telefono (1947) di Gian Carlo Menotti e, volendo, nel Cappello di paglia di Firenze di Nino Rota (1955). Maniera che a sua volta deve molto al Falstaff verdiano, i cui aforismi hanno sensibilmente influenzato lo stile musicale di Wolf-Ferrari, sempre tonale, ma spesso già novecentescamente atomizzato in mille segmenti.

Il Falstaff, poi, è una premessa importante anche di Sly, dato in prima assoluta alla Scala il 29 dicembre 1927 e rappresentato subito dopo (il 12 febbraio 1928) al Regio di Torino: il suo librettista Arrigo Boito aveva precedentemente (nel 1873) steso un libretto per una commedia lirica in tre atti, intitolata Iràm, per il compositore Cesare Dominiceti (il quale peraltro non lo musicò mai), di cui vari ingredienti confluirono poi nel Falstaff. La vicenda di Iràm riprende "una beffa che si legge d'Harun, califfo turco, nelle Mille e una notte": far credere a un ubriaco, dopo averlo portato in una reggia e travestito da nobile, di essere il signore del castello ridestatosi dopo lungo sonno, riservandogli tutti gli onori, salvo poi farlo ripiombare nella sua condizione primitiva. Lo stesso motivo compare anche nel preludio della shakespeariana Bisbetica domata, dove troviamo un calderaio ubriaco e addormentato di nome Sly, ripreso da Giovacchino Forzano (1884-1970) nel suo dramma in tre atti e quattro quadri in versi Sly ovvero La leggenda del dormiente risvegliato del 1920, dedicato "a Ruggero Ruggeri con riconoscenza, ammirazione e amicizia".

Pubblicato dall'editore G. Barbèra a Firenze nel 1925, venne ridotto a libretto per Wolf-Ferrari (dopo il rifiuto di Puccini) dallo stesso Forzano, il quale ormai, dopo i successi dei suoi libretti Suor Angelica e Gianni Schicchi per Puccini, di Lodoletta e del Piccolo Marat per Mascagni (per tacere dei minori) e la nomina a direttore dell'allestimento scenico alla Scala era arriso al rango di una star.

L'abilità di Forzano di variare i registri è innegabile: dopo un primo atto quasi esclusivamente da commedia, in cui Wolf-Ferrari si sarebbe dovuto sentire a suo agio (mentre invece il suo fine umorismo nell'ambiente della taverna degli amici ubriaconi di Sly risulta un po' impacciato), il larmoyante del secondo atto (quello della beffa ai danni del povero Sly da parte del conte di Westmoreland) e la tragedia del terzo (quando Sly si accorge di essere stato abbandonato da colei che nel secondo atto aveva dovuto fingere di amarlo, per compiacere il conte crudele) offrono al compositore situazioni forti in cui egli si cimenta con inaspettata vena drammatica. Dopo i veristici Gioielli della Madonna del 1912, ambientati in una Napoli dominata dalla camorra, solo parzialmente convincenti, Sly è la prima opera seria di Wolf-Ferrari in cui egli approdò a esiti tuttora validi, specie nel grande duetto del (presunto, in realtà vero) amore di Dolly del secondo atto e nello struggente monologo finale, che nella sua desolazione contrasta in maniera assai efficace con il precedente atto corale. Il dono della melodia di Wolf-Ferrari e l'interpretazione di un grande cantante ne fanno un autentico cavallo di battaglia: il grido della poesia, dell'arte misconosciuta, del sentimento autentico in un mondo dominato dal cinismo.

Il valzer di un giorno
Canzoni e poesie

sabato 21 ottobre 2000
Teatro Regio - ore 21

Gianmaria Testa voce, chitarra
Pier Mario Giovannone chitarra ritmica, clavietta
Gabriele Mirabassi clarinetti
Enzo Pietropaoli contrabbasso

Proprio nei giorni in cui il Regio si accinge a portare l'opera inaugurale Sly a Nizza, ecco il Teatro aprirsi a un concerto carico anche di simboli e suggestioni letterarie che, in qualche modo, lo legano alle coste mediterranee della Francia.
Un concerto destinato a consolidare il successo di un artista che ha visto la passione per la canzone, la musica, e la poesia trasformarsi in una dimensione totalizzante della propria esistenza.
Squarci di poesie e storie in musica cariche di malinconia che hanno saputo fare il tutto esaurito nei teatri italiani e di molti altri paesi sino all'Olympia di Parigi.
Proprio col concerto di Torino, realizzato assieme al suo chitarrista abituale e autore delle poesie Pier Mario Giovannone e a due tra i più importanti e raffinati musicisti jazz italiani, Gabriele Mirabassi ed Enzo Pietropaoli, partirà una tournée italiana organizzata in occasione dell'incisione del quarto album di Gianmaria Testa, il primo realizzato interamente in Italia, Il valzer di un giorno. Canzoni e poesie.

Biglietti, in vendita on line da mercoledì 6 settembre (www.teatroregio.torino.it) e presso la biglietteria del Teatro Regio da martedì 10 ottobre, lire 60.000, 45.000, 30.000.

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Il Teatro Regio a Nizza

Dal 30 ottobre al 2 novembre l'Orchestra e il Coro del Teatro Regio saranno a Nizza per una tournée ospitata dall'Opéra de Nice.

Tre le serate previste dal programma: due repliche di Sly con la partecipazione
di José Carreras e l'esecuzione in forma di concerto dell'opera di Leoncavallo Zaza.