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Nel
1997, nel bicentenario della caduta di Venezia, vennero esposte
alla Fondazione Cini due tele del pittore bavarese August Wolf.
La mostra Venezia da stato a mito comprendeva infatti
un'ampia scelta di opere, specie di artisti stranieri, dedicate
al sublime declino della Serenissima. I suoi fasti notoriamente
diedero luogo a una celebrazione post mortem [o post
festum] più unica che rara, laddove si inquadrava
perfettamente lo stile neo-rinascimentale del sontuoso Banchetto
nell'isola di Murano del 1880 e della Coppia di innamorati
in un giardino veneziano del 1883 (ora conservati alla Schack-Galerie
di Monaco di Baviera) del padre di Ermanno Wolf-Ferrari. Si poteva
così verificare il background culturale dell'autore
di Sly, che aprirà la stagione 2000-2001 del
Teatro Regio, una circostanza non priva di interesse, dato l'oblio
in cui giace attualmente buona parte della sua produzione.
Il
compositore italo-tedesco, che dapprima aveva calcato le orme del
padre studiando disegno, per poi frequentare l'Accademia Musicale
Monacense e finire per fare il musicista, tuttavia non lo tradì
del tutto: se il pittore August Wolf si era guadagnato da vivere
copiando su commissione di collezionisti tedeschi alcuni dei grandi
capolavori pittorici italiani dei secoli d'oro, adottando - secondo
un costume già sperimentato con strepitoso successo dal viennese
Hans Makart - anche nelle opere proprie le tecniche dei grandi veneziani
del Cinquecento, il compositore Ermanno Wolf si volse anch'egli
al glorioso passato della città natale, cercando di farne
rivivere uno dei periodi più felici. Si impose infatti a
partire dai primissimi anni del Novecento con riusciti adattamenti
operistici di celebri commedie goldoniane, di cui colse non solo
lo spirito ludico, ma anche la più velata malinconia autunnale.
Da Le donne curiose, date con successo travolgente
a Monaco di Baviera nel 1903, a I quattro rusteghi,
che nel 1906 ne ripeterono il trionfo internazionale, alla Vedova
scaltra (Roma 1931) e al Campiello (Milano
1936), il binomio Goldoni-Wolf-Ferrari fino alla seconda guerra
mondiale era garanzia di successo di botteghino, divertimento garbato,
gratificazione dei cantanti. Troppo poco, a quanto pare, per gli
anni dell'"impegno", del culto di Adorno e delle letture
goldoniane più "moderne" di Visconti e Strehler.
Ermanno
Wolf-Ferrari (1876-1948) è senza dubbio un passatista, e
polemicamente non se ne vergognò mai. La sua personale rilettura
della tradizione dell'opera buffa, una coniugazione Mozart-Donizetti,
come risulta particolarmente evidente nell'intermezzo Il segreto
di Susanna (1909, una sorta di rivisitazione della Serva
padrona), anticipò a suo modo il neoclassicismo degli
anni Venti, e questo in tempi non sospetti, quando quasi tutti i
suoi coetanei si pascevano ancora del verbo wagneriano; il ritorno
alla commedia risultò controcorrente negli anni di Pelléas,
Butterfly, Salome, L'amore dei tre re, Francesca da Rimini,
ma proprio per questo venne salutato da molti con grande simpatia;
echi della "maniera" di Wolf-Ferrari si possono cogliere
in Amelia al ballo (1937) e nel Telefono
(1947) di Gian Carlo Menotti e, volendo, nel Cappello di paglia
di Firenze di Nino Rota (1955). Maniera che a sua volta
deve molto al Falstaff verdiano, i cui aforismi hanno sensibilmente
influenzato lo stile musicale di Wolf-Ferrari, sempre tonale, ma
spesso già novecentescamente atomizzato in mille segmenti.
Il
Falstaff, poi, è una premessa importante anche
di Sly, dato in prima assoluta alla Scala il 29 dicembre 1927 e
rappresentato subito dopo (il 12 febbraio 1928) al Regio di Torino:
il suo librettista Arrigo Boito aveva precedentemente (nel 1873)
steso un libretto per una commedia lirica in tre atti, intitolata
Iràm, per il compositore Cesare Dominiceti
(il quale peraltro non lo musicò mai), di cui vari ingredienti
confluirono poi nel Falstaff. La vicenda di Iràm
riprende "una beffa che si legge d'Harun, califfo turco, nelle
Mille e una notte": far credere a un ubriaco,
dopo averlo portato in una reggia e travestito da nobile, di essere
il signore del castello ridestatosi dopo lungo sonno, riservandogli
tutti gli onori, salvo poi farlo ripiombare nella sua condizione
primitiva. Lo stesso motivo compare anche nel preludio della shakespeariana
Bisbetica domata, dove troviamo un calderaio ubriaco
e addormentato di nome Sly, ripreso da Giovacchino
Forzano (1884-1970) nel suo dramma in tre atti e quattro quadri
in versi Sly ovvero La leggenda del dormiente risvegliato
del 1920, dedicato "a Ruggero Ruggeri con riconoscenza, ammirazione
e amicizia".
Pubblicato
dall'editore G. Barbèra a Firenze nel 1925, venne ridotto
a libretto per Wolf-Ferrari (dopo il rifiuto di Puccini) dallo stesso
Forzano, il quale ormai, dopo i successi dei suoi libretti Suor
Angelica e Gianni Schicchi per Puccini, di
Lodoletta e del Piccolo Marat
per Mascagni (per tacere dei minori) e la nomina a direttore dell'allestimento
scenico alla Scala era arriso al rango di una star.
L'abilità
di Forzano di variare i registri è innegabile: dopo un primo
atto quasi esclusivamente da commedia, in cui Wolf-Ferrari si sarebbe
dovuto sentire a suo agio (mentre invece il suo fine umorismo nell'ambiente
della taverna degli amici ubriaconi di Sly risulta un po' impacciato),
il larmoyante del secondo atto (quello della beffa
ai danni del povero Sly da parte del conte di Westmoreland) e la
tragedia del terzo (quando Sly si accorge di essere stato abbandonato
da colei che nel secondo atto aveva dovuto fingere di amarlo, per
compiacere il conte crudele) offrono al compositore situazioni forti
in cui egli si cimenta con inaspettata vena drammatica. Dopo i veristici
Gioielli della Madonna del 1912, ambientati
in una Napoli dominata dalla camorra, solo parzialmente convincenti,
Sly è la prima opera seria di Wolf-Ferrari
in cui egli approdò a esiti tuttora validi, specie nel grande
duetto del (presunto, in realtà vero) amore di Dolly del
secondo atto e nello struggente monologo finale, che nella sua desolazione
contrasta in maniera assai efficace con il precedente atto corale.
Il dono della melodia di Wolf-Ferrari e l'interpretazione di un
grande cantante ne fanno un autentico cavallo di battaglia: il grido
della poesia, dell'arte misconosciuta, del sentimento autentico
in un mondo dominato dal cinismo.
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Il
valzer di un giorno
Canzoni e poesie
sabato
21 ottobre 2000
Teatro Regio - ore 21
Gianmaria
Testa voce, chitarra
Pier Mario Giovannone chitarra ritmica, clavietta
Gabriele Mirabassi clarinetti
Enzo Pietropaoli contrabbasso
Proprio
nei giorni in cui il Regio si accinge a portare l'opera
inaugurale Sly a Nizza, ecco il Teatro
aprirsi a un concerto carico anche di simboli e suggestioni
letterarie che, in qualche modo, lo legano alle coste
mediterranee della Francia.
Un concerto destinato a consolidare il successo di un
artista che ha visto la passione per la canzone, la
musica, e la poesia trasformarsi in una dimensione totalizzante
della propria esistenza.
Squarci di poesie e storie in musica cariche di malinconia
che hanno saputo fare il tutto esaurito nei teatri italiani
e di molti altri paesi sino all'Olympia di Parigi.
Proprio col concerto di Torino, realizzato assieme al
suo chitarrista abituale e autore delle poesie Pier
Mario Giovannone e a due tra i più importanti
e raffinati musicisti jazz italiani, Gabriele Mirabassi
ed Enzo Pietropaoli, partirà una tournée
italiana organizzata in occasione dell'incisione del
quarto album di Gianmaria Testa, il primo realizzato
interamente in Italia, Il valzer di un giorno.
Canzoni e poesie.
Biglietti,
in vendita on line da mercoledì 6 settembre
(www.teatroregio.torino.it)
e presso la biglietteria del Teatro Regio da martedì
10 ottobre, lire 60.000, 45.000, 30.000.
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IN MUSICA |
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Sly
sul sito del Teatro Regio |
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| CALENDARIO
SETTIMANALE |
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8
/ 14 ottobre |
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15
/ 21 ottobre |
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22
/ 31 ottobre |
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