Quando la musica è un felice paradosso.
Con Roberto Cominati Oft chiude la stagione 2021-2022

La Stagione 2022 dell’Orchestra Filarmonica di Torino si chiude con il concerto intitolato “Sfera (L’umanità)”, il 7 giugno ore 21 al Conservatorio, con prove generali il 6 giugno alle ore 18.30 al Teatro Vittoria, e prove di lavoro il 5 giugno alle 10 presso Più SpazioQuattro.

Le opere raccolte sotto il titolo “sfera” sembrano ricalcare la prospettiva sempre cangiante di questa forma, rappresentando un cambio di passo nella vita dei rispettivi compositori: fu infatti il Concerto per pianoforte n. 3 (il celebre Rach3 scritto nel 1909) a portare Rachmaninov in tournée come pianista negli Stati Uniti e furono le Danze slave op. 46 (composte nel 1878) a dare una svolta alla carriera di Dvořák, consacrandolo finalmente alla fama.

A tessere la complessità, la magniloquenza e quel senso di mistero dolente del Rach3, con l’Orchestra Filarmonica di Torino diretta da Giampaolo Pretto, ci sarà Roberto Cominati, interprete tra i più raffinati, il cui stile pianistico è stato definito «impeccabile e mimetico» (Angelo Foletto), capace di scavare nei meandri dello spartito con grande meticolosità e nello stesso tempo con istintiva empatia.

Cominati, dalla vittoria del Concorso Busoni conseguita nel 1993 proprio con l’esecuzione di questo Concerto, si è imposto nelle più importanti istituzioni concertistiche d’Europa, in America, in Australia e Giappone. Per lui come per ogni pianista il Rach3 è insieme uno dei banchi di prova più impervi e una delle sfide più attraenti. Ed è tra i concerti più amati dal pubblico, anche grazie alla trasposizione cinematografica nel film Shine, basato sulla vicenda del pianista David Helfgott afflitto da disturbi mentali, interpretato da Geoffrey Rush. Ma evoca anche un felice paradosso: la grandezza può raggiungere vette inimmaginabili quando è germinata da idee minute.

L’intero Concerto per pianoforte n. 3, infatti, evolve da un’idea tematica di una bellezza e semplicità disarmanti, che si sviluppa nel primo e nel terzo movimento, ingigantendo. È un soggetto in ritmo puntato, una melodia, spiegò Rachmaninov, che «si è scritta da sola. Se avevo in mente qualcosa nel comporla, pensavo semplicemente al suono». Il suono, ecco, l’origine di tutto, capace di diventare un ciclone creativo, di trasportare tra vortici insidiosi solista e orchestra legati in un rapporto simbiotico indispensabile alla navigazione. L’Intermezzo commuove per lo spleen malinconico di cui è nutrito, e quello stato d’ansia accumulato nel primo movimento per un po’ si placa, salvo tornare nel Finale ancora più drammatico, pieno di cambi ritmici, di direzione, e di spunti tematici: una tempesta perfetta governabile soltanto dalla quiete di un autentico virtuoso.

Anche le Danze slave sono un felice paradosso: diedero a Dvořák la spinta all’affermazione internazionale e una luce di popolarità mitteleuropea che (paradossalmente) gli derivò da un’opera legata al folclore boemo. Il locale apre al globale. Questa la dice lunga sulle possibilità che l’arte musicale offre di superare distanze, o persino barriere, anche quando trae linfa dal semplice humus popolare. Anziché tradurre in “irredentismo culturale” quel mondo sonoro così specifico, fatto di schemi ritmici, forme e melodie della tradizione patria, lo sublima in una trama folk dal respiro universale. E non parrà strano che 15 anni dopo Dvořák scrisse a New York la Sinfonia dal nuovo mondo, traendo quella stessa linfa da tutt’altra tradizione, rendendola poi capace di parlare al mondo intero.

Monica Luccisano