«Il Concerto n. 4: Beethoven da una diversa prospettiva»
Intervista al pianista Federico Colli

Classe 1988, Federico Colli ha vinto nel 2011 il Concorso Mozart di Salisburgo e l’anno dopo la Medaglia d’oro alla Leeds International Piano Competition. Fu allora che l’”International Piano Magazine” inserì Colli tra i “30 pianisti under 30” che negli anni a venire si sarebbero imposti sulla scena internazionale. Cosa che sta puntualmente avvenendo, perché da quel momento il giovane musicista bresciano si è esibito con orchestre prestigiose quali, tra le altre, l’Orchestra Mariinsky, la Philharmonia Orchestra, la Royal Philharmonic, la BBC Symphony e la BBC Philharmonic, la Filarmonica Reale di Stoccolma, l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI e l’Orchestre national d’Île-de-France, al fianco di direttori del calibro di Gergiev, Ashkenazy, Temirkanov, Valčuha, Spanjaar e Petrenko, per citarne solo alcuni.

Concertista affermato, Colli è però anche un giovane dei nostri tempi, con una vivace presenza sui social. Provate ad esempio a cercare in rete il breve video dedicato alla Fantasia in do minore K. 475 di Mozart, in cui con ritmo veloce e un montaggio in genere riservato ad altri contenuti, Colli riesce con leggerezza a proporre spunti capaci di far riflettere l’esperto quanto di acchiappare il teenager a digiuno di classica.
In musica – questo è un po’ l’assunto “filosofico” di Colli – si muovono sempre pensieri. Certo, pensieri musicali, che si esprimono attraverso i suoni e le regole della loro combinazione, ma pur sempre pensieri. E allora per la nostra intervista abbiamo provato a partire da qui, dai pensieri che secondo Colli muovono il Concerto n. 4 op. 58 di Beethoven, che il pianista interpreterà insieme all’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI con la direzione di Fabio Luisi, giovedì 21 aprile 2022 alle 20.30 e venerdì 22 alle 20 all’Auditorium Rai “Arturo Toscanini”.

«Questo Concerto – riflette Colli – ci costringe innanzitutto a rivedere una certa immagine di Beethoven che si è consolidata nel tempo e tuttora perdura, quella cioè di un musicista pieno di fierezza, che ancora in punto di morte leva il pugno contro il destino avverso. Beethoven è anche questo, ma non è solo questo. E il Quarto Concerto è lì a ricordarcelo. Personalmente, devo molto allo studio delle Sonate per violoncello e pianoforte (penso in particolare alla Quarta Sonata, l’op. 102 n. 1), che mi hanno suggerito una diversa prospettiva, quella di un Beethoven che ritrova se stesso in un desiderio di solidarietà e fratellanza universale, dove alla fine si sublima anche il suo lato titanico e conflittuale».

A questo “altro” Beethoven vanno dun30que riferiti quegli elementi inconsueti del Quarto Concerto, come l’inizio sommesso e antieroico del pianoforte solo o l’Andante in cui solista e orchestra sembrano non riuscire ad incontrarsi?
«Sì, questi e altri aspetti ci fanno capire che qui Beethoven ha posto il contenuto sopra la forma, cosa che fa di lui un grande precursore di tutta l’epopea romantica. Quando il contenuto deborda rispetto alla forma, lì siamo nel romanticismo: non storicamente, certo, ma come categoria dello spirito. In tal senso furono romantici anche Mozart e Scarlatti. Questo è il Quarto Concerto: un romanticismo magico, molto intimo, custodito gelosamente nel tesoro del nostro cuore».

Alla luce di queste considerazioni del Colli “filosofo”, quali decisioni prende il Colli “interprete”?
«Il Quarto non deve essere un concerto brillante, in cui cercare una performance alla Schulhoff. Penso piuttosto a un Faust canuto e barbuto che sotto le umide volte di pietra scopre gli anfratti della propria anima. In questa prospettiva, è il terzo movimento ad essere il più problematico poiché sembra rinnegare la profondità dei primi due. Ma anche qui ci soccorre la musica da camera: nella Sonata per pianoforte op. 26, dopo la celeberrima Marcia Funebre sulla morte di un Eroe c’è un Allegro. Allo stesso modo, dopo l’Andante di questo Quarto Concerto, c’è un Rondò: in entrambi i casi si tratta di uno sguardo rivolto all’oltre».

Non uno sguardo retrospettivo, a Haydn?
«No, intendo proprio oltre, ma in senso metafisico. Dopo pagine come questo Andante o come la Marcia funebre può esserci solo il silenzio. Oppure l’Eden, la felicità danzante dei Campi Elisi dove scorrono fiumi di miele e latte selvatico»

Nicola Pedone